
Daniele Garozzo, 24 anni, siciliano di Acireale, ci ha regalato l’oro azzurro nel fioretto alle Olimpiadi di Rio.
Un successo atteso da due decenni e portato a casa con una prova magistrale dell’umile, ma determinato, ragazzo al termine di una gara in crescendo, annientando i rivali con estrema disinvoltura. C’è poi l’amarezza dell’eliminazione nella prova a squadre e quella del fratello Enrico nella spada, ma il gradino più alto del podio rimarrà sempre un ricordo indelebile per lui e per tutti i tifosi italiani. Un percorso netto con le vittorie ai quarti per 15-8 contro il brasiliano Guilherme Toldo, in semifinale per 15-8 opposto al russo Safin e in finale del fioretto contro lo statunitense Massialas per 15-11.
La scherma, da sempre, porta un bel bottino di medaglie alle Olimpiadi, purtroppo però non riesce a emergere dal ruolo di sport minore, pur avendo sempre tanti nuovi iscritti e un interesse crescente nei giovani, specie all’indomani dei successi olimpici.

Daniele, raccontami della tua infanzia e dei tuoi trascorsi sportivi, hai fatto sempre e solo scherma?
“No, giocavo anche a calcio, dai 5 ai 12 anni. Due sport che ho portato avanti in parallelo per alcuni anni. Mio papà vide che promettevo bene nella scherma, e così la feci in modo più serio, anche perché mio fratello Enrico già la praticava. Non mi venne mai imposta perché avevo la possibilità di smettere quando volevo. Iniziai a disputare i nazionali di categoria dai 9 anni fino ai 14. Quando mi accorsi che i risultati arrivavano decisi di andare avanti, anche per ‘colpa’ di mio fratello. Lo volevo imitare ed emulare e quando aprirono la palestra ad Acireale fu lo stimolo per proseguire. A calcio, giocavo da esterno destro d’attacco, ancora adesso spesso mi schiero con gli amici, ma devo stare attento a non infortunarmi. Sono tifoso della Juventus, mentre Enrico è laziale. Sabato prossimo andremo allo stadio. Ora sono impegnato a Jesi in un camp estivo fino al 28, poi andrò qualche giorno nella mia Acireale al mare a trovare parenti e amici, prima di fare ritorno a Frascati, città in cui vivo dall’età di 18 anni. Da settembre ricomincia la preparazione in vista del primo appuntamento in Coppa del Mondo di metà ottobre a Il Cairo. Non mi cimento solo nella scherma perché frequento Medicina a Tor Vergata. Sono in ritardo perché dovrei essere al quinto anno e invece sono appena al terzo, insomma sono fuori corso, ma conto di arrivare fino in fondo”.

Scherma e studio, come hai conciliato le due cose?
“Non è mai stato facile, ho dato tanto in termini di sacrifici; medicina è molto impegnativa, diciamo che in questa fase della mia vita ho dato la priorità alla parte sportiva su quella accademica. In realtà, mi tengo più porte aperte possibili, sia per eventuali ambizioni lavorative all’interno del Coni, sia per lo studio di mio padre”
Il tuo primo assalto da piccolo, che emozioni provavi?
“Mi ricordo quel giorno in palestra la lezione del maestro Domenico Patti. Era un tecnico focoso, ‘incazzoso’, ma mi ha dato tutto. E non è un caso che gente come Marco Fichera, anche lui alle Olimpiadi, fosse lì con me”.
La tua prima vittoria, che ricordi hai?
“Fu a Modica in un campionato regionale, il primo a cui partecipavo, e fu subito vittoria. Un grande debutto. Avevo 10 anni e mi sembrava di aver vinto le Olimpiadi. Da allora ho fatto tanta strada. Per arrivare a questi livelli ho dovuto allenarmi tanto, dedicare molto tempo, fare sacrifici. Al contrario di campionesse come Arianna Errigo o Rossella Fiamingo che possono permettersi di fare qualche ora in meno in pedana perché loro hanno talento e qualità innate”.

Quando hai capito di poter ambire a grandi livelli?
“L’anno scorso, quando arrivai secondo alla prima gara di Coppa del Mondo. Ho fatto tanta gavetta per arrivare a ciò, ma a Parigi battei gli ultimi due campioni del mondo, facevo sfracelli e arrivarono due podii consecutivi”
Il villaggio olimpico cosa rappresenta per un atleta?
“E’ bello, si vive tutti insieme, un’esperienza unica. Ho visto atleti di paesi in conflitto tra loro che mangiavano accanto. E’ un piccolo mondo che unisce tutti. A Rio c’era qualche problema logistico, ma è stato fantastico”
Con i compagni in azzurro quanto siete amici?
“Siamo molto compagni di squadra, molto avversari, con qualcuno anche amici, ma si tratta pur sempre di rapporti lavorativi. Diciamo che se si cena insieme è perché si fa parte di una squadra e si lavora insieme per lo stesso obiettivo”.

La tua vita da atleta, quanto tempo dedichi?
“Tanto, troppo tempo. Mi alleno tutti i giorni, da lunedì a sabato. L’unico giorno libero è la domenica, ma se calcoliamo che abbiamo 15 gare ogni anno in giro per il mondo, allora capisci che per 15 weekend non ti riposi. Arrivare all’oro vuol dire fare sacrifici e porta anche ricordi dolorosi che però svaniscono. Per ricordi dolorosi intendo che non sempre si vince, la categoria del fioretto è molto forte, globalizzata. dalla juniores sono spesso tornato a casa con delle sonore scoppole, ma alla fine sono esploso. Sono stato tentato di abbandonare, ho temuto di non raggiungere livelli importanti, ma di rimanere tra i primi dieci italiani. C’è voluta tanta volontà e di questo mi complimento solo con me stesso, sono molto fiero di quello che ho fatto, per la passione che ho sempre messo. Mi hanno aiutato tutti nei momenti difficili, dal ct ai familiari, dagli amici al maestro”
E quanto ti rimane per famiglia e amicizie?
“Poco, molto poco. Parliamo di ritagli di tempo. Ad Acireale vado per Natale, Pasqua e qualche giorno di vacanza. Appena posso però scappo giù”
Il segreto della tua vittoria olimpica?
“Non c’è un segreto. Chi mi stava intorno aveva percepito le mie stesse sensazioni. Ho vinto per la personalità; rispetto agli avversari avevo maggiore cattiveria, ero troppo travolgente”
E il segreto della Sicilia sempre ai vertici azzurri?
“Siamo persone con grande caparbietà. Non molliamo mai, siamo tenaci, nonostante le difficoltà rappresentate dai viaggi e le spese che sosteniamo per lasciare l’isola”

Cosa prova un atleta dopo una medaglia d’oro olimpica?
“E’ una gioia incredibile il momento in cui hai quella medaglia d’oro al collo. Una sensazione indescrivibile quando mi ha abbracciato mio fratello Enrico”
Dopo quanto tempo hai realizzato di aver centrato un risultato così prezioso per la tua carriera?
“Sono in una fase in cui mi sveglio con il panico che devo tirare ancora…”
Hai mai avuto paura di non vincere e, se si, in che momento?
“Ero talmente sicuro che non ho mai temuto; le vittorie sono state nette contro tutti e se avessi perso era solo perché il mio avversario mi avrebbe infilato 15 stoccate…”
Quando hai capito di poter vincere?
“Quando è arrivata l’ultima stoccata, l’americano ha chiesto il video, ma ci stava perché tanto non aveva più nulla da perdere, mi ha solo strozzato in gola l’urlo di gioia qualche secondo in più”

Ti eri mai immaginato un momento come quello che hai vissuto a Rio?
“Mille volte, questo serve per motivare l’atleta. E’ un momento che tutti sognano di vivere: ritrovarsi con la medaglia al collo”
I giorni successivi alla vittoria cosa ti passava per la mente?
“La cassa di risonanza della vittoria olimpica durerà ancora un paio di settimane. Tutti vogliono la foto, le interviste, gli autografi, Mi godo questo momento, consapevole che la scherma ha purtroppo poco seguito in televisione, solo le Olimpiadi trasmettono emozioni uniche. Mondiali, Europei e Coppa del Mondo non hanno la stessa visibilità. Eppure ormai è un movimento globalizzato, come dimostra il Camp estivo di Jesi dove ci sono ragazzini che arrivano da Malesia, India e altre nazioni ancora. Peccato perché l’Italia nella scherma si fa sempre molto rispettare ed è ai vertici mondiali per il grande apporto di medaglie che dà allo sport azzurro”.
Più grande la gioia per la vittoria individuale o la rabbia per l’eliminazione della squadra di fioretto?
“L’eliminazione mi è bruciata tanto, a quel punto pensavo di aver disputato una Olimpiade schifosa, ma 24 ore dopo mi stavo godendo quello che avevo fatto”
Massimo Tagliabue







