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IL SECONDO FORUM QUO CLIMBIS? – LIFE AFTER SURVIVAL

Un incontro molto partecipato e affollato quello che al Messner Mountain Museum Firmian a Bolzano ha riunito domenica 5 maggio alpinisti di fama internazionale, giornalisti e addetti ai lavori per il secondo Forum Quo CLIMBis?, promosso dall’alpinista Reinhold Messner e organizzato dal Messner Mountain Museum, Trento Film Festival e Kiku. International Mountain Summit (IMS) di Bressanone.

Argomento della discussione “Life after survival” – la vita dopo la sopravvivenza (alle situazioni anche drammatiche che quanti praticano un alpinismo a tempo pieno, possono imbattersi), in pratica come assicurarsi un futuro dignitoso una volta cessata l’attività alpinistica di vertice.

Introdotto dai saluti degli organizzatori, il direttore di Trento Film Festival Luana Bisesti, Markus Gaiser per l’IMS, dal sindaco di Bolzano Luigi Spagnolli e da Goffredo Sottile vice presidente del Club Alpino Italiano, è toccato quindi al giornalista Sandro Filippini leggere l’intervento della campionessa olimpica di canoa Josefa Idem, che non ha potuto essere presente per gli impegni legati al suo nuovo incarico governativo. “Lo sport – scrive la Ministra dello Sport e delle Pari opportunità – da passatempo è divenuto professione assorbente, che però non è riconosciuta come tale dalle leggi e questo vale anche per i giovani alpinisti. Nello sport italiano sono pesanti le colpe delle federazioni, che lavorano malissimo mentre i giovani gettano nell’attività sportiva la loro passione come fanno gli alpinisti e non imparano dallo sport ciò che potrebbe essere utile nel dopo carriera, come la necessità di prepararsi un piano B. I giovani però non devono stare fermi, devono essere pronti a prendere il treno che passa per loro, è la curiosità che ci fa crescere.”

Reinhold Messner ha poi presentato i partecipanti all’incontro, a cominciare dal 95enne alpinista e cineasta americano Norman G. Dyhrenfurth, un esempio esemplare di come è possibile gestirsi un’intera vita dopo aver esplorato e filmato le montagne. Al tavolo dei relatori gli alpinisti Ed Webster – americano, Marko Prezelj – sloveno e l’italiano Mario Curnis, il giornalista Dominik Prantl e il presidente del GHM francese, nonché co-organizzatore del Piolèt d’Or, Christian Trommsdorff.

“Il problema è sociale, ha spiegato Reinhold Messner introducendo il tema, perché questi giovani investono tutte le loro energie nell’attività alpinistica di alto livello, tutti i denari anche degli sponsor nel realizzare le loro imprese e poi non riescono a gestire la loro vita nel dopo carriera”. Messner non ha mancato di citare alcuni esempi clamorosi, come quelli del grande alpinista californiano Jim Bridwell o dell’alpinista e cineasta tedesco Lothar Brandler che oggi conducono una vita quasi da clochard.

“Non c’è un’integrazione nel sistema per gli alpinisti e guide alpine, ha osservato Christian Trommsdorff, è anche vero che sono pochi i professionisti che fanno alpinismo come mestiere, mentre sono molti di più gli “alpinisti impegnati” , coloro i quali dedicano la propria vita a questa passione e si guadagnano da vivere con attività modeste, la guida, il consigliere tecnico per le aziende che producono attrezzature.”

Mario Curnis ha quindi raccontato della sua grande passione per la montagna che però non l’ha mai distolto dalla professione di muratore che ha svolto ininterrottamente dal 1949 al 2010. “Lavoravo, e poi andavo in montagna, avevo una sicurezza e non ho avuto questa preoccupazione. Alla montagna devo solo dire grazie, ha spiegato l’alpinista, sono andato ad arrampicare con chi volevo e quando volevo. Non ho mai voluto denaro per andare in montagna, perché non ho mai voluto mischiare i soldi con la cosa più bella della mia vita”.

L’alpinista sloveno Marko Prezelj non si vuole definire un professionista. “Sono un appassionato prima che un professionista, spiega Prezelj. Qualcuno ha definito l’alpinismo, l’arte della sofferenza, è dunque chiaro che lo si fa innanzitutto per passione. E chi è spinto dalla passione non si preoccupa del futuro, non pensa a che cosa succederà quando la passione finirà. I giovani devono trovare nuove idee, partendo dal fatto che la maggior parte degli alpinisti sono narratori e ognuno può narrare le proprie storie.”

Il punto di vista dal mondo dei media è stato offerto da Dominik Prantl. “Per chi vive di alpinismo, l’attenzione dei media è importante, ha osservato Prantl e voglio sfatare il luogo comune che i media si concentrano solo sulle tragedie. Quando gli alpinisti ritornano da una salita vogliono raccontare le loro storie in prima persona, ma non tutti sono esperti, non è sufficiente essere il più bravo per convincere i lettori. Le storie eroiche sono belle, ma si deve trovare una via di mezzo, non è importante l’etica, ma l’unicità della storia. Ad esempio Gerlinde Kalterbrunner è stata apprezzata anche per le sue sconfitte. E sono importanti anche i cameratismi tra alpinisti, come l’impresa è stata vissuta più che lo stile della salita”.

Ed Webster ha scherzosamente ammesso: “E un problema che vivo tutti i giorni, ecco perché sono qui a parlarne. Non mi sono mai considerato un professionista, non sono mai stato pagato per arrampicare, non ho mai avuto uno sponsor. Ero ricco nella testa e nelle storie, avevo talento per scalare ma anche scrivere e fotografare. Il mio consiglio ai giovani alpinisti è di seguire il cuore, esprimere la creatività che possiedono in ogni direzione. Uno di questi pregi creativi vi permetterà di vivere coltivando questa passione”. Poi scherzando ha aggiunto: “ma è meglio se avete un incidente o se vivete un’esperienza al limite tra la vita e la morte, più dita perderete su un ottomila e più il vostro libro avrà successo!”

Dopo i relatori ufficiali, il microfono è passato al pubblico. Alpinista e manager della Deuter Bernd Kullmann ha detto “Il mio consiglio è di non fidarsi troppo degli sponsor. Si può essere alpinisti facendo dell’altro, oppure si può essere alpinisti ma non si può prescindere da formazione scolastica, che permette di far emergere altri talenti perché non basta essere bravi alpinisti”.

Sul ruolo degli sponsor è ritornato anche il giornalista Sandro Filippini:” Oggi tutti i giovani non pensano a come vivranno tra molti anni, non solo gli alpinisti. Nel caso degli alpinisti per emergere ci si deve concentrare totalmente e non si ha il tempo per far crescere altre capacità. Forse bisognerebbe coinvolgere di più gli sponsor per richiedere una sorta di tutela per i loro atleti.

In chiusura Reinhold Messner ha ribadito alcuni dei concetti emersi dall’incontro: “Vogliamo aiutare i giovani, però le aziende forse non possono farsi carico di questi aspetti. Diventa quindi importante avere sempre due tre fonti di sostentamento. E noi abbiamo l’obbligo di dire che le conquiste e le imprese non servono se non s’impara nulla da esse”.