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Andriy Shevchenko, protagonista del secondo giorno della Milano Football Week

Andriy Shevchenko
Andriy Shevchenko

L’ex centravanti del Milan è stato protagonista della seconda giornata della Milano Football Week con l’incontro “Andriy Shevchenko: tutti i gol della mia vita”

“Si nasce con il talento, ma per diventare campione devi mettere disciplina, sacrificio, intelligenza, la voglia di migliorare”. A dirlo è Andriy Shevchenko, protagonista del secondo giorno della Milano Football Week, la manifestazione organizzata da La Gazzetta dello Sport, con il patrocinio del Comune di Milano, in programma dal 12 al 14 maggio a Milano. Un evento unico dedicato allo sport più amato al mondo, che coinvolgerà tifosi e appassionati.

Intervistato da Alessandro Alciato, Andriy Shevchenko parla così del suo arrivo a Milano. “La mia carriera al Milan è stata fantastica. Ero molto emozionato al mio arrivo, conoscendo la grande storia della società. Per un ragazzo giovane come me è stato uno step importante. Mi ha impressionato più di tutto il fatto che il Milan fosse una famiglia: calciatori come Maldini, Costacurta e Albertini mi hanno accolto con un grande abbraccio. Questo mi ha aiutato anto per inserirmi bene nella cultura italiana. Sentendomi a mio agio, ho potuto esprimere le mie qualità al meglio. Ricordo la mia prima tripletta contro la Lazio all’Olimpico.” L’emozione di vivere e tornare a Milano. “Se faccio le cose che mi piacciono, le faccio col cuore. Venire a Milano e fare molto bene era un obiettivo molto forte, anche per i miei connazionali dell’est.”

Il Pallone d’Oro. “Era sempre stato un mio sogno fin da bambino. Senza i compagni del Milan e la mia Nazionale non avrei mai raggiunto questo traguardo.” Un aneddoto. “Quando mi acquistò il Milan, Ariedo Braida mi consegnò la maglia del Milan dicendo ‘Con questa, vincerai il Pallone d’Oro’.” Il Milan nel destino. “Con la Dinamo Kiev durante una tournée in Italia visitai Milano e riuscii a visitare lo Stadio San Siro e mi dissi: ‘Tornerò in questo stadio per vincere’.

La Champions League vinta nel 2003. “E’ stato il momento più bello della mia storia, un’emozione pazzesca. Quell’anno non fu facile per me, iniziai molto male e sono stato fuori circa 3 mesi. Aspettavo il mio momento, che è arrivato contro il Real Madrid in Champions League. Carlo Ancelotti è stato un grande allenatore, riusciva sempre a creare il giusto feeling con i calciatori. In quel momento è ripartita la mia stagione, passando dalla semifinale di Champions League contro l’Inter.”

Gli euroderby contro l’Inter. “La vigilia era molto tesa, sentivamo la pressione di una rivalità: nessuno voleva perdere. Parlammo prima con Clarence (Seedorf) sul fatto che ci fosse poco tempo e spazio in certe partite. Ho chiesto a lui ‘Quando ti liberi, passa la palla nel momento giusto’. Il mio gol arriva proprio dopo un suo dribbling.” La sfida con Cannavaro. “Il campionato italiano in quegli anni era il più forte del mondo. Fabio aveva una grande personalità, che si sentiva in campo. Era un difensore veloce, che ti aggrediva. Occorrevano i mezzi per sbilanciarlo. Prima della partita studiavo sempre bene i difensori e ho cercato di capire come metterlo in difficoltà. Quindi cercavo di sbilanciarlo con una finta per anticiparlo.”

Ieri come oggi: come si gestisce l’attesa tra un derby di andata e uno di ritorno? “Gestire una pressione così non è facile. Io cercavo di guardare l’esperienza di grandi giocatori come Maldini e Costacurta che sanno come gestire certi momenti. La pressione mi piaceva: vivo di queste cose, mi eccitano, mi danno una forza incredibile.” Il derby di andata? “Sono una persona positiva: bisogna dimenticare il primo tempo, mentre nel secondo c’è stata la reazione giusta del Milan. Se la squadra riguarda i suoi errori e cambia la strategia di gioco, e soprattutto recupera un atteggiamento diverso, può giocarsi le sue chance.”
L’importanza della personalità per uno sportivo. “Non penso che campioni si nasce, ma si diventa. Si nasce con il talento, ma per diventare campione devi mettere disciplina, sacrificio, intelligenza, la voglia di migliorare ogni volta che raggiungi un obiettivo. Sono stante cose che ti fanno diventare un campione. Devi essere bravo di testa per gestire i momenti difficili e di grande pressione.”

L’esperienza in panchina come mister. “Un allenatore ha poco tempo per cambiare le cose in campo durante una partita. Deve cercare di stimolare i giocatori per avere da loro una reazione diversa. Ho grande stima di Pioli: occorre avere fiducia in lui.”

Il rapporto con l’Ucraina oggi. “Anche durante la guerra, sono fiero del mio Paese, come difende quotidianamente i propri diritti e come i nostri soldati combattono. Lo sport, il calcio, sono una speranza, hanno il valore di poter riunire le persone. Nelle mie visite in Ucraina, ho visto bambini che giocavano dentro uno stadio completamente distrutto, dentro una città che ha subito la ferocia della guerra. Nonostante questo, i bambini sono rimasti bambini: essi hanno bisogno di cercare un posto per divertirsi e dimenticare per un attimo i problemi. E’ una specie di terapia, per una speranza di vita diversa. Sono sicuro che vinceremo la guerra, perché noi siano umani e nei momenti difficili dobbiamo aiutarci l’un l’altro.”