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In Liguria la CNA è rosa – Conf stampa di oggi a Genova

“QUOTE ROSA” – ORGANI DI COMANDO (CDA ECC.)

A un anno dall’applicazione dei dispositivi della Legge 12 agosto 2011, n. 120 – che pone l’obbligo (dal 12 agosto 2012) delle “quote rosa” negli organi di comando di Società quotate, Società pubbliche o controllate da enti locali, per quanto riguarda le Società quotate il risultato è soddisfacente. Dall’approvazione della norma, infatti, sono stati rinnovati circa 80 organi (tra CDA e Collegi Sindacali): l’obiettivo della legge (cioè raggiungere la “quota rosa” del 20%) è stato quasi realizzato: nel 2008, infatti, i membri di CDA e Collegi Sindacali erano al 5,9% donne e 94,1% uomini; nel 2013 17% donne contro l’83% uomini. Anche se Nelle Società quotate tendono a presentarsi sempre le stesse donne nei ruoli di comando. Abitudine che si riscontra, ovviamente, anche nei ruoli maschili. Il mercato, invece, andrebbe aperto di più.

Per quanto riguarda invece le Società pubbliche (o controllate da enti locali: Regioni, Provincie, Comuni – oltre 4000 – cui si aggiungono le Aziende controllate da Scuole, Università, Camere di commercio, Aziende del Servizio Sanitario Nazionale ecc.) il risultato è insoddisfacente. L’amministrazione pubblica e le imprese controllate da Enti locali sono le più difficili da adeguare, i ruoli di comando nei CDA e Collegi Sindacali sono ricoperti da uomini ancora per il 90,3%. Per contro la legge che imponeva la comunicazione della compagine societaria delle controllate è stata dichiarata incostituzionale.

SEGNALI POSITIVI
a livello europeo l’impegno della BCE è di raddoppiare al 35% la presenza femminile nel management entro il 2019.
a livello nazionale, Elena Cattaneo (a soli 51 anni) è stata nominata Senatrice a vita
a livello nazionale abbiamo il 31% di donne in Parlamento (+10% rispetto alla legislatura precedente e quota superiore a Francia, Inghilterra e USA)

(fonte: Il Sole 24 Ore – lunedì 2 settembre 2013 – intervista a Lella Golfo, Presidente della Fondazione Marisa Bellisario e promotrice della Legge 120)
“QUOTE ROSA” – DISOCCUPAZIONE
La disoccupazione femminile in Italia resta tra le più alte d’Europa. Dice Daniela Del Boca (docente di Economia all’Università di Torino e direttore di Child): “La condizione lavorativa della maggioranza della donne non è migliorata, anzi è relativamente peggiorata. Oggi in Italia lavora meno di una donna su due, eravamo il 47% e siamo scesi al 46,8%. Ultimi in Europa con l’eccezione di Malta. Se incrociamo l’essere donna con la giovane età, scopriamo che la disoccupazione giovanile è al 41,6% tra le donne contro il 37,1% dei giovani uomini” (da La Repubblica – 8 marzo 2013)

(fonte: Repubblica Affari e Finanza – 13 maggio 2013 su dati ALDAI – Associazione Lombardia Dirigenti Aziende Industriali –17mila associati, in collaborazione con Hay-Group – società globale di consulenza)
“QUOTE ROSA” – MATERNITÀ E LAVORO
La crisi occupazionale nel silenzio generale sta penalizzando soprattutto le mamme. Ma non è solo la mancanza di strutture (asili nido, pubblici e privati, aziendali ecc.) a ostacolare le mamme che vogliono lavorare. Oggi lavorano solo 4 donne su 10 (contro 6 su 10 in UE)
Due terzi dei nuovi posti di lavoro conquistati dalle donne (dal 2008) sono a orario (e stipendio) ridotto Una donna occupata su 2 lavora in part time (e dichiara di non averlo scelto). Nell’occupazione a tempo determinato – 1 lavoratore su 2 è donna. La donna è segregata in alcune professioni:
nel 1993 la presenza femminile superava il 51% nelle seguenti professioni: 1) insegnante, 2) ragioniere, 3) infermiere, 4) segretario, 6) sarto, 7) commesso, 8) parrucchiere, 9) cameriere, 10) addetto alle pulizie di uffici, 11) collaboratore domestico;
oggi la presenza femminile risulta invariata con punte del 66% (colf, ragioniere) e 82% (insegnante)

La maternità ostacola l’espansione femminile stabile nel mondo del lavoro. A due anni di distanza quasi una neo madre su quattro (22,7%) perde o lascia il lavoro (dati 2011/2012) neo madri del sud (30%); di età più giovane (45,1%); primipare (25%); a basso titolo di studio (32,2%)
tra quelle che hanno interrotto il lavoro i motivi sono: per licenziamento (23,8%); per cessazione del contratto o dell’azienda (19,6%); per dimissioni volontarie (56,1%); altro (0,5%).

(Fonti La Stampa – lunedì 20 maggio 2013; ISTAT – monitoraggio sulla partecipazione al lavoro delle neo-madri – Rapporto 2012)
“QUOTE ROSA” – APARTHEID CONTRIBUTIVO
Nelle aziende italiane, in dieci anni, le donne “graduate” guadagnano posizioni e passano dal 24% al 28% sul totale dei dirigenti (anche se l’Italia resta indietro in Europa, in particolare nelle posizioni da top manager dove le donne occupano meno del 10%).
in dieci anni le donne dirigenti in tutti i settori guadagnano oltre 4 punti percentuali (nel 2004 su 536,4mila manager, 406,3mila erano uomini (75,7%) e 130,1mila donne (24,3%) mentre nel 2012 su 403,2mila manager, 287,4mila erano uomini (71,3%) e 115,7mila donne (28,7%).

Ma un aspetto molto vistoso pesa ancora sull’integrazione dei generi: è l’ “apartheid retributivo”, gap che continua a persistere e che si può quantificare intorno al -10% di stipendio, a parità di ruoli e livelli (il gap, tuttavia, che si è ridotto negli ultimi anni). Il gap delle donne vale una busta paga. In media per avere lo stesso stipendio annuo degli uomini le donne devono lavorare un mese di più. Il PAY GAP però si sta riducendo: se nel 2004 era del 30%, oggi è “solo” del 24%, e diverso è a seconda del ruolo aziendale:
impiegati – uomini 34,1 – donne 31,9 (mila euro lordi annui) – gap 6%
quadri – uomini 56,2 – donne 51,0 (mila euro lordi annui) – gap 9%
dirigenti – uomini 122,8 – 106,7 (mila euro lordi annui) – gap 13% (posizioni dirigenziali – funzioni di staff donne 49% – posizioni di responsabili operations donne 38% – ruoli commerciali donne 32% – amministratore delegato – direttore generale – direttore di business unit donne 8%

(fonte: Il Sole 24 Ore – Lunedì 29 aprile 2013 elaborazioni Red-Sintesi su dati ISTAT)

Quanti giorni in più servirebbero alle donne per riempire il gap in busta paga che le divide dai colleghi maschi

Servizi – 36 giorni di lavoro extra – guadagnano l’11% meno degli uomini
Agricoltura – 61 giorni extra – dislivello retributivo 16,8%
Industria – 33 giorni extra – dislivello retributivo 9,8%
Costruzioni – 23 giorni in meno – dislivello retributivo a vantaggio delle donne del 8,3%
Commercio – 10 giorni extra – dislivello retributivo 3,2%
Alberghi e ristoranti – 8 giorni extra – dislivello retributivo 2,6%
Trasporti e magazzino – 13 giorni extra – dislivello retributivo 4%
Attività finanziaria e assicurativa – 59 giorni extra – dislivello retributivo 16,2%
Attività immobiliari e servizi alle imprese – 12 giorno extra – dislivello retributivo 3,7%
Pubblica amministrazione – 39 giorni extra – dislivello retributivo 11,3%
Istruzione sanità e altri servizi sociali – 21 giorni extra – dislivello retributivo 6,4%

(fonte: La Repubblica Affari&Finanza – 15 aprile 2013, Valeria Falce, docente di Diritto dell’economia dell’Università Europea di Roma e membro del comitato scientifico del progetto “Quote di genere e società di capitali”)

“QUOTE ROSA” – PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Ancora troppo poche le donne nei posti di vertice cui si accede per nomina o cooptazione (seppure le donne che partecipano e vincono i concorsi della P.A. non siano poche)

Uffici statali
Dirigenti generali dello Stato centrale: 238 (64%) uomini, 132 (36%) donne (di cui segretari generali e capi dipartimento nei ministeri o presso la Presidenza del Consiglio: 77% uomini, 23% donne)

Giustizia
Magistrati ordinari: 4.710 (54%) uomini, 4.012 (46%) donne
Uffici giudicanti: 51% uomini, 49% donne (di cui direttivi: 83% uomini, 17% donne e semidirettivi: 72% uomini, 28% donne)
Uffici requirenti: 61% uomini, 39% donne (di cui direttivi: 89% uomini, 11% donne e semidirettivi: 86% uomini, 14% donne)

Università
Professori: 38.684 (67%) uomini, 19.054 (33%) donne (di cui ordinari: 80% uomini, 20% donne, associati :66% uomini, 34% donne, ricercatori: 55% uomini, 45% donne)
Rettori: 75 (94%) uomini, 5 (6%) donne

(Fonte Il Sole 24 Ore lunedì 4 giugno 2012)

Allegato 1 – La Legge n. 120 del 12 agosto 2011 (Quote Rosa)

recante disposizioni in materia di parità di accesso agli organi di amministrazione e di controllo delle Società quotate in mercati regolamentati.

La Legge, preso atto della scarsa rappresentatività delle donne nella veste di Consiglieri di Amministrazione e di Componenti degli Organi di Controllo delle Società Per Azioni quotate nei mercati regolamentati, interviene a integrare il D. lgs. 24 febbraio 1998, n. 58, recante il Testo unico dell’intermediazione finanziaria (TUF), per bilanciare la rappresentanza tra generi in seno ai Consigli di Amministrazione e agli Organi di Controllo delle suddette società.

La Legge persegue l’obiettivo di riequilibrare a favore delle donne l’accesso alle cariche direttive sia delle Società quotate sia delle Società a controllo pubblico non quotate.

Le disposizioni del provvedimento disegnano un «doppio binario» normativo:
per le Società non controllate da amministrazioni pubbliche, la disciplina in materia di equilibrio di genere è recata puntualmente da norme di rango primario;
le disposizioni introdotte sono applicabili anche alle Società a controllo pubblico, ma per queste ultime la normativa di dettaglio è affidata ad un apposito regolamento, che rechi la definizione di termini e le modalità di attuazione delle prescrizioni in tema di equilibrio dei generi negli Organi di Amministrazione e Controllo, con la finalità di garantire una disciplina uniforme per tutte le società interessate (art. 3).

L’art. 1 della legge integra l’art. 147ter del TUF, che reca disposizioni relative all’elezione e alla composizione del Consiglio di Amministrazione. Viene aggiunto in particolare un comma 1ter al suddetto articolo, ai sensi del quale lo statuto delle Società deve prevedere che il riparto degli Amministratori da eleggere venga effettuato in base a un criterio che assicuri l’equilibrio tra i generi, intendendosi un tale equilibrio raggiunto quando il genere meno rappresentato all’interno dell’organo ottenga almeno un terzo degli amministratori eletti. Tuttavia, l’entrata a regime della disposizione è stata fissata a partire dal 2015, mentre per il periodo 2012-2015 la componente minoritaria (solitamente quella femminile) nei Consigli dovrà essere pari ad un quinto.

Nella formulazione del testo, così come modificato dal Senato, si prevede un’articolata procedura per l’ipotesi in cui il Consiglio di Amministrazione eletto non rispetti i predetti criteri di equilibrio dei generi.

Si chiarisce espressamente l’applicazione delle norme in esame alle Società organizzate secondo il sistema di governance cosiddetto monistico (artt. 2409 sexiesdecies e segg del codice civile) ovvero alle Società nelle quali, per espressa previsione statutaria, l’Assemblea elegge un unico Consiglio Di Amministrazione, cui spetta la gestione dell’impresa, il quale nomina al suo interno un Comitato di Controllo sul corretto esercizio dell’amministrazione.

Il comma 2 dell’art. 1 aggiunge un comma 1bis al successivo art. 147quater del TUF (che fissa i requisiti richiesti ai componenti del consiglio di gestione), estendendo anche al Consiglio di Gestione, (se è costituito da almeno tre membri), le disposizioni in materia di equilibrio di genere.

Il comma 3 dell’art. 1, lett. a), propone alcune modifiche all’art. 148 del TUF, disposizione che riguarda la composizione degli Organi di Controllo societario. Sono proposte infatti disposizioni analoghe a quanto previsto per l’equilibrio di genere anche nei Consigli di Amministrazione. Anche per tale organo, in caso di inosservanza delle nuove prescrizioni, è prevista una procedura articolata di diffida, analoga a quella disposta per i Consigli di Amministrazione.

L’art. 2 della proposta dispone in merito alla decorrenza dell’applicazione delle norme proposte, fissata a partire dal primo rinnovo dei predetti Organi successivo ad un anno dall’entrata in vigore della Legge. Sono inoltre previste norme transitorie per il primo mandato degli Organi eletti secondo le nuove prescrizioni, per renderne graduale l’applicazione: in tale caso, almeno un quinto degli organi amministrativi e di controllo societario devono essere riservati al genere meno rappresentato.

Queste prescrizioni sono estese anche al Consiglio di Sorveglianza.

Secondo le disposizioni della Legge 120/2011, entro il 2013, un quinto (cioè il 20%) dei membri nella composizione dei dei consigli di amministrazione) e dei collegi sindacali nelle società quotate in mercati regolamentari deve essere donna. Nel 2015, la stessa legge dispone che la “quota di genere” dovrà arrivare a un terzo (circa 33%)
Per adeguarsi alla scadenza del 2013 mancano 469 donne consigliere.
Per adeguarsi alla scadenza de 2015 mancano altre 351 donne consigliere.
In totale 820 consigliere cui si aggiungeranno 269 sindaci controllori – oltre 1000 rappresentanti in tre anni.
La legge si estende anche alla galassia delle 7000 società partecipate dallo Stato o da Enti locali..

Entro pochi anni oltre 10mila donne saranno chiamate a rivestire la carica di consiglieri e sindaci.