Genova – Il regista Giuseppe Piccioni a Genova per presentare il suo nuovo film, “Zvanì – Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli”. Accade mercoledì 8 ottobre 2025, alle ore 21, al cinema Sivori (salita S. Caterina 54 r., tel. 010 583261 o 010 5532054), in un incontro pubblico moderato da Antonella Sica. Il film, distribuito da Academy Two, ripercorre la vita del poeta, gettando luce sugli aspetti meno noti e conosciuti, dando risalto, in particolare, al periodo giovanile, al suo animo inquieto e ribelle che lo portò a lottare contro le ingiustizie negli anni dell’università. Sceneggiato da Sandro Petraglia, restituisce un Pascoli vivo, colto in un ritratto intimo e toccante, restituito a un’umanità ben lontana dalla cristallizzazione dei manuali scolastici. Ne è prova la scelta del titolo “Zvanì”, diminutivo romagnolo di Giovanni e il soprannome infantile del poeta, autore delle raccolte “Myricae” e “Canti di Castelvecchio”, solo due importanti esempi nella sua produzione.
«Con questo film ho cercato – ha dichiarato Giuseppe Piccioni – di togliere la polvere a un poeta che amo soprattutto per la sua modernità, molto più vicina di quanto riusciamo a immaginare, alle questioni fondamentali della vita di tutti noi». Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico, Piccioni è uno degli autori più interessanti dello scenario italiano. Ha da sempre riflettuto sulle conseguenze di amori tormentati, finiti o impossibili, concentrandosi su quelle figure umane ai margini, distaccate dal mondo ma desiderose di farne parte. Tra le sue opere principali, “Fuori dal mondo” con cui ha vinto il David di Donatello per il Miglior film e la Migliore sceneggiatura, “Luce dei mie occhi” e “L’ombra del giorno”.
A interpretare Pascoli in “Zvanì” è Federico Cesari, attraverso cui si rivivono le tappe fondamentali dell’esistenza dello scrittore: il trauma infantile per la morte del padre, il nido familiare ricostruito con le sorelle, gli ideali socialisti giovanili, l’ascesa accademica e letteraria, ma anche le sue fragilità più profonde. A raccontare è la sorella Mariù (Benedetta Porcaroli), compagna di vita e custode silenziosa del suo mondo interiore. Giovanni è descritto nella sua ansia di portare allo scoperto le vere cause dell’uccisione del genitore così come, da studente, impegnato sul piano politico in qualità di seguace delle idee rivoluzionarie di Andrea Costa, primo deputato socialista d’Italia, fino ai rapporti non sempre idilliaci con Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio.
Giovanni Pascoli (1885-1912) si forma e scrive in un’epoca dominata da due figure ingombranti e quasi opposte: Giosuè Carducci e Gabriele D’Annunzio. Tra questi due poli, che rappresentano modelli forti e divergenti di poeta, Pascoli trova un suo spazio originale e sorprendentemente moderno. Carducci aveva incarnato per decenni la voce ufficiale della nazione, il poeta capace di celebrare l’Italia unita con un linguaggio solenne, ancorato alla tradizione classica e alla forza della retorica. Pascoli, che fu suo allievo, ne eredita la disciplina metrica ma abbassa lo sguardo e si concentra sulle crepe dell’esistenza quotidiana, sulla fragilità privata. Alla celebrazione dei miti nazionali oppone la poesia delle piccole cose, delle memorie familiari, della natura vista da vicino. Ma non fu solo questo. A Bologna visse un periodo di intensa militanza politica, legandosi a circoli anarco socialisti. Un impegno che lo portò in carcere: nel 1879 fu arrestato e trascorse oltre tre mesi in prigione per avere preso parte a manifestazioni considerate sovversive. Negli anni successivi abbandonò la militanza diretta ma non rinnegò mai quegli ideali. In definitiva Pascoli rimase un isolato: troppo sentimentale per la borghesia industriale, lontano dall’operaismo socialista, distante dal cattolicesimo ufficiale. Eppure il suo socialismo del cuore fu parte integrante della sua identità di poeta civile, capace di parlare di solidarietà, dolore condiviso e sete di giustizia universale.







