Giuseppe Verdi presentò la sua opera Il Trovatore il 19 gennaio 1853 al Teatro Apollo di Roma. Un’opera particolare rispetto ad altre sue in quanto il tempo non segue una progressione lineare, ma un sistema di continui rimandi.
Il rogo e lo scambio dei bambini, fatti salienti che determinano tutto quanto accade nell’opera, non appaiono mai in scena, ma vengono narrati all’interno di una struttura retrospettiva di altissimo patos e drammaticità. Nelle lettere che il compositore e il librettista (Salvatore Cammarano) si scambiarono, infatti, Verdi insiste molto sulla necessità di personaggi capaci di imporsi per la grande drammaticità che coinvolgano il pubblico che, a sua volta, deve prestare attenzione ai vari eventi rinserendoli nella memoria della vicenda. Una storia difficile dunque? No, affatto, una storia affascinante e ricca di situazioni che si addensano in un crescendo che si scioglie solo alla fine.

Da qui viene la fortuna de Il Trovatore che riscosse successo immediato fin dalla sua prima rappresentazione. Verdi stesso notò come l’opera avesse toccato rapidamente il cuore del pubblico, più velocemente di altre sue opere. Un titolo che dal lontano 1853 è sempre capace di riempire i teatri per la sua efficacia teatrale e per la bellezza melodica delle pagine della partitura. Un emblema del melodramma italiano in cui è difficile ci sia un melomane che non sia in grado di canticchiare le famose arie all’interno di questa famosa opera. Un titolo con cui il Carlo Felice ha voluto aprire questo 2026 e che con il successo della prima di giovedì 15 gennaio ha dimostrato essere sempre valido per i gusti di un pubblico di ogni età (presenti infatti moltissimi giovani).
Questo lo si deve anche grazie a una regia che non ha voluto stravolgere nulla del periodo storico in cui si inserisce il dramma e che invece esalta quello che più è importante in un’opera lirica: musica e canto. Il meccanismo scenico di un girevole su impianto fisso “offre mille possibilità e visioni del dramma, rimandando ad un mondo a metà tra il fantasy e un nuovo medioevo” come affermato dalla regista Marina Bianchi, ed il grigio, colore prevalente di tutta la scenografia permette di esaltare le figure fisiche dei cantanti che, immersi nella foschia, tra destino, ricordi, paura e riti, entrano ed escono nel fascino oscuro della storia.

Ma certamente il successo di un’opera come Il trovatore dipende soprattutto dalla qualità del quartetto vocale e il cast di giovedì sera è stato senza dubbio all’altezza. In primis citerei Clementine Margaine che ha offerto un’Azucena potente e fortemente drammatica: tanto vigorosa in Stride la vampa, quanto dolcemente espressiva nel duetto finale Ai nostri monti. Così come la potente voce di Ariunbaatar Ganbaatar nel ruolo del Conte di Luna, ha richiamato subito l’attenzione del pubblico per il piglio austero dato al suo personaggio, capace però anche di pregevoli morbidezze, come nel celebre Il balen del suo sorriso.
Fabio Sartori, ormai di casa al Carlo Felice, nella parte di Manrico, è piaciuto come sempre al pubblico genovese, ma si ouò anche affermare che abbia convinto più in altri ruoli e in altre serate. Come Erika Grimaldi, ha delineato una Leonora controllata ed elegante, come la vocalità della sua voce, ma nell’ultimo atto non si è riscontrato quel crescendo di patos richiesto dal dramma. Bene Simon Lim nel ruolo di Ferrando, altra voce forte e precisa.

Ottima la direzione di Giampaolo Bisanti che ha colto i diversi umori della partitura verdiana e alternando slanci lirici a momenti più vigorosi. Spettacolo assolutamente da non perdere che sarà ancora sul palco del Carlo Felice fino a venerdì 23 gennaio (ore 20). Francesca Camponero







