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La pittura pranica rivoluzionerà la storia dell’arte

Quest’articolo, anche se molto schematico ed esagerato, almeno mette in luce un aspetto che critici d’arte gallerie e musei sottovalutano o ignorano.

Attraverso opere d’arte mirate, in questo caso la pittura pranica che ho creato già vent’anni fa, o create inconsapevolmente da molti artisti del presente e del passato producono effetti terapeutici evidenti per chi le osserva. Il problema è il contesto. Occorre mettersi in simbiosi con l’opera e questo non può avvenire se non con il silenzio e il completo rilassamento del corpo. Certo non produce guarigioni miracolose, ma sicuramente, come ho constatato moltissime volte, funziona molto bene contro lo stress, l’ansia, emicranie, dolori articolari ecc. E’ come fare un’agopuntura o il training autogeno, produce gli stessi effetti. Ma con le opere “praniche” i risultati sono spessi immediati e dopo cinque minuti non si può che rimanere meravigliati per gli effetti che produce se in quel momento si hanno queste patologie, soprattutto se dolorose. Questa è stata la mia intuizione quando, dopo vent’anni che dipingevo esponevo le opere e vedevo che alcuni stavano inspiegabilmente meglio dopo aver visto la mostra. Ma era difficile far passare il messaggio che guardando un dipinto in determinate condizioni si poteva star meglio. Lo psicoterapeuta Luca Visconti nel catalogo spiega molto bene come possono funzionare questi meccanismi di “auto guarigione”. Ho dovuto farlo questo catalogo, anche perché stanno arrivando alle stesse mie conclusioni, ma con vent’anni di ritardo, studiosi e scrittori stranieri, ma utilizzando opere di grandi artisti del passato come Manet. Per per loro “Ansia e tristezza, si curano con gli asparagi” un dipinto, per me non tra i più belli di quel grande artista. Ma immaginate la Primavera di Botticelli che effetti può avere se si guarda questo capolavoro in un certo modo e in luogo appropriato. Nei musei si creeranno apposite sale dove nel silenzio più assoluto chi le guarderà ne trarrà energia positiva che lo “auto guarirà” anche da acciacchi. Ma credo che non si è ancora pronti per una rivoluzione di questo tipo, che cambierà la storia dell’arte, in questi vent’anni, pur se ho fatto diverse sedute a partire nel 1996 al Museo Zavattini, è stato impossibile far comprendere che l’arte non è solo godimento estetico ed emozionale, ma che con le opere si può entrare in simbiosi, in uno scambio tra opera d’arte e osservatore che produce effetti per ora incredibili ai più. Del resto se con la Sindrome di Stendhal si possono ottenere effetti negativi così forti, sarebbe inspiegabile se in determinate condizioni non si possono ottenere altri risultati sul benessere psicofisico dell’osservatore. Carlo Soricelli

Da http://it.wikipedia.org/wiki/Sindrome_di_Stendhal

La sindrome di Stendhal, detta anche sindrome di Firenze (città in cui si è spesso manifestata), è il nome di una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati. Piuttosto rara, colpisce principalmente persone molto sensibili.
Il nome di questa sindrome è attribuito allo scrittore francese Stendhal, pseudonimo di Marie-Henri Beyle (1783 – 1842), che ne fu personalmente colpito durante il suo Grand Tour effettuato nel 1817, e ne diede una prima descrizione che riportò nel suo libro Roma, Napoli e Firenze:[1]

« Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere. »

Il riconoscimento scientifico di tale sindrome, sebbene numerosi casi fossero stati descritti dalla prima metà del XIX secolo, avvenne soltanto nel 1979 [2], quando fu analizzata in un libro dalla psichiatra Graziella Magherini, che osservò [3] e descrisse più di 100 casi fra i visitatori del capoluogo toscano; in particolare, furono diagnosticati con questo nome, i casi successivi all’anno 1982 [4] e, secondo quanto riportato, più della metà delle sue vittime sono di matrice culturale europea (esclusi gli italiani, che ne sono immuni per affinità culturale) e giapponese.[senza fonte] Fra i più interessati, vi sono gli individui di formazione culturale classica o religiosa che spesso vivono da soli.

La visita ad un museo, dove il visitatore è colpito dal senso profondo di una o più opere e dalla relazione di queste con i loro creatori che trascende le immagini ed i soggetti, rappresenta spesso il fattore scatenante, la crisi; essa si manifesta inizialmente con comportamenti molto vari che possono giungere anche ad un’isteria. Il disagio causato dalla vista di un’opera è generalizzato in un primo momento a un diffuso stato di inettitudine sia mentale che fisico, il quale verrà poi sostituito dopo un periodo di “adattamento” a una nuova allucinazione; questo stato, spesso confuso con uno stato psicotico e non facilmente scindibile, si protrae per l’arco della vita alla visione di opere dello stesso autore o di quelle che la psiche del soggetto tende ad associare per contenuti, fino ad arrivare a una sorta di delirio causato da una sensazione di omnicomprensione e libertà intellettuale generalizzata dovuta a una distanza minore tra “l’intelletto” degli autori e il proprio, colmando apparentemente il divario tra lo stato di finitudine provato con l’opera iniziale e questa nuova espansione cognitiva.

In età contemporanea è stato scoperto che anche la musica moderna, di forte impatto psicologico ed emotivo, può essere causa di stati molto simili a deliri comuni e allucinazioni, la cui diagnosi è tuttavia accostabile di preferenza alla psicosi.[5]