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Le catacombe degli insediamenti artigianali e produttivi

Il prelievo sugli immobili ha gravi effetti negativi non solo per i cittadini ma per le imprese, con aumenti abnormi derivanti dai rincari sugli immobili strumentali delle imprese.

L’introduzione dell’IMU/TASI e la conseguente impennata della tassazione sugli immobili produttivi delle imprese non solo contribuisce a determinare la maggiore incidenza dei tributi locali sulla pressione fiscale complessiva (nel 2012 la pressione locale segna una variazione del 5,11% contro lo 0,65% dell’erario), ma mette in chiaro le profonde iniquità dell’attuale imposizione basata sul valore degli immobili, che applicano rincari medi superiori al 150%, triplicati rispetto alla tanto odiata ICI del 2011 (che oggi tutti rimpiangono).

Ma non solo: aziende che da decenni sono in insediamenti produttivi, in zone oggi definite di pregio, di proprietà di privati e di istituti religiosi – che derivavano da lasciti milionari per il lavoro e l’occupazione, che hanno fatto nascere poli professionali che vivono grazie ai finanziamenti pubblici – sono state prima obbligate a divenire “autonome” con la creazione di cooperative o s.r.l. tra dipendenti, e poi buttate fuori. Uno degli strumenti è allo scadere dei contratti l’affitto aumentato a dismisura.

Torniamo agli aumenti. Vediamo i confronti tra l’ICI del 2011 e la IMU/TASI del 2014.

Per un capannone industriale a Genova la tassazione ha avuto un rincaro  del 97% , lo stesso a La Spezia, a Imperia + 112%, a Savona del 108%.

Per un negozio a Genova segna un + 145%, a La Spezia + 145%, Imperia + 164% per chiudere con Savona a + 159%

(dati studio Caf/Acli per Sole 24 Ore, calcolo su rendita media nazionale di 6.257 euro).

“Altra vergogna – dichiara Marco Merli Presidente di CNA Liguria – è che in tutta Italia la tassazione sta causando l’aumento di chi tenta di non pagare ed entrare nella categoria “ruderi”, scoperchiando i capannoni o rendendoli inagibili, per cambiare  l’accatastamento per arrivare alla richiesta di demolizione (in aumento del 20%). Spazi che potrebbero accogliere le imprese, soprattutto nelle zone montane e spesso abbandonate dell’entroterra si trasformano in zone deprimenti. Ha dell’assurdo che non si possano creare leggi e tassazioni che recuperino questi edifici per le migliaia di attività in cerca di spazi. Con una pressione fiscale già alle stelle – aggiunge Merli – gravare in maniera così consistente sulle attività produttive (soprattutto terziario di mercato e artigianato) significa non solo penalizzare queste imprese sul piano della competitività, ma si mette a rischio la loro stessa sopravvivenza. Il peso complessivo del fisco sui profitti è infatti molto al di sopra della media europea (68,3% per l’Italia contro il 44,7% dei Paesi dell’area Euro)”.

L’IMU/TASI è un’imposta patrimoniale che prescinde dal fatturato e viene applicata anche alle aziende in perdita: i tributi che pesano di più sull’economia delle imprese in periodi di crisi! Ecco da cosa deriva la mole delle chiusure: nel 2012 la mortalità delle imprese artigiane in Italia è dell’8,4% (in Liguria dell’8,3%), nel 2013 raggiunge il 10%, (140.000 unità con oltre 200.000 addetti)…un’ecatombe che  prosegue nel 2014. Da un recente studio di CNA, la differenza di imposizione tra i diversi Comuni capoluogo di Regione, nel 2012, arriva fino a 13 punti percentuali e gli elementi di tassazione maggiormente determinanti sono l’IMU e la tassa sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani (TARSU, TIA1, TIA 2 o TARES).

Ad esempio, la pressione fiscale complessiva che grava sul reddito d’impresa a Genova raggiunge il 68,73% (+6,20% rispetto al 2011), mentre a Milano corrisponde al 63,5% (+5,73%). Quindi, nel capoluogo ligure, per pagare il fisco, un’impresa artigiana media impiega 251 giorni all’anno, 20 giorni in più che a Milano. Differenza sufficiente per condizionare tanto la capacità di risparmio quanto quella di investimento della due imprese concorrenti.

I dati, quindi, confermano che per i beni strumentali (il cui valore catastale risulta già molto elevato) la pressione arriva facilmente al massimo gravabile (prelievo medio al 10 per mille). E sarà da vedere nei prossimi anni: a Genova con la chiusura di Scarpino ci saranno oltre 12 milioni di costi aggiuntivi per i rifiuti, sarà necessario aumentare ancora la tassazione.

Per Merli si tratta di un fatto molto grave che riflette un problema di mentalità: “Gli immobili strumentali delle imprese non rappresentano un accumulo di patrimonio, ma sono destinati alla produzione e quindi sono già sottoposti ad imposizioni attraverso la tassazione IRPEF e IRES. Un Paese che non distingue tra attività produttiva e rendita patrimoniale, è un Paese che non cresce. Un’altra assurdità è che la TASI si può detrarre interamente, mentre l’IMU solo del 20%. Ne deriva un paradosso fiscale: in città in cui le aliquote IMU e TASI sono  differenti, a parità di importo dovuto le aziende, in base ai Comuni dove risiedono, hanno deduzioni diverse. Pazzesco!

CHE FARE QUINDI?

    Rendere obbligatorio un coordinamento degli Enti territoriali, per introdurre criteri di “razionalità” in materia di politiche fiscali e ridurre la disparità di trattamento che danneggia la competitività delle imprese.
    Creare strumenti di finanziamento agevolato – governativi, territoriali – per far sì che gli insediamenti produttivi vengano salvaguardati e riutilizzati in particolare per i giovani, gli artigiani digitali, e le start up innovative che necessitano per lavorare di spazi minori, tranquilli e di condivisione dei medesimi.
    Creare ed applicare strumenti urbanistici che impediscano gli svuotamenti programmati di edifici dedicati alle imprese per cambio di destinazione d’uso, e incentivazioni anche con detassazione per progetti produttivi che privilegiano il riuso.
    Attivare subito norme per la ricollocazione delle imprese alluvionate in zone sicure.
    Dare un segnale di riconoscimento del valore produttivo di chi intraprende e rischia in prima persona, rendendo sia l’IMU che la TASI completamente deducibili dal reddito d’impresa.

Tremano i polsi per l’introduzione della nuova tassa unica sugli immobili che il Governo sta realizzando chiamata “local tax”.  Per resistere è tempo di dare certezze del diritto a livello nazionale e locale.