«Il Piano urbanistico comunale, atteso da 10 anni dalla nostra città, rappresenta una visione d’insieme che per Genova significa crescita e sviluppo in un disegno complessivo a medio e lungo termine.
Dietro a questa delibera c’è un lungo lavoro di partecipazione che ha tenuto conto delle linee prioritarie per lo sviluppo futuro, a medio e lungo termine, non solo economico ma anche sociale della nostra città». Così ha dichiarato Alfonso Gioia, capogruppo dell’Udc in Comune a Genova, annunciando il voto favorevole del gruppo dei democratici di Centro alla delibera sul nuovo Piano urbanistico comunale.
«La delibera tiene conto anche delle evoluzioni normative, in continua evoluzione, in materia di urbanistica e delle mutazioni climatiche del nostro territorio – ha detto Gioia – Pertanto abbiamo ritenuto di condividere l’atto politico nella sua globalità superando le visioni particolari gli eventuali condizionamenti delle singole, sebbene importanti, opere.
È indispensabile per Genova ritrovare una propria idea di sviluppo che non può prescindere dal disegno urbanistico per il prossimo futuro. Oggi sono decisamente cambiate – sia per evoluzioni sociali sia per mutazioni profonde del tessuto economico cittadino – le vocazioni e le possibilità di sviluppo per la nostra città.
È indispensabile che Genova trovi una propria strada per la crescita che coniughi le tantissime sensibilità economiche e sociali presenti sul territorio e di lì pianifichi il proprio volto del futuro.
Ciò che riteniamo prioritario è non ripercorrere errori commessi nel passato causati dal procedere nell’imminenza di una necessità per esempio abitativa o industriale. Il Puc serve a dettare linee guida generali in un ampio contesto urbanizzato che non penalizzi le periferie e nel contempo risani le situazioni di degrado di alcune porzioni di città.
La ridefinizione della linea verde è sicuramente un fatto positivo perché pensiamo possa contribuire in modo fattivo e ambientalmente sostenibile la prevenzione del rischio per il territorio a seguito di eventi calamitosi che, come abbiamo avuto modo di apprendere dal Cnr, hanno provocato 120 morti tra alluvioni e frane. Non condividiamo l’ambientalismo estremo, del blocco totale di ogni genere di costruzione, anche di tipo rurale, perché non pensiamo possa portare a effetti positivi, ma solo allo spopolamento e all’abbandono delle nostre campagne nell’immediata cintura “verde” a ridosso dei centri abitati. Preservare la ruralità del nostro immediato entroterra può essere rappresentato anche dalla valorizzazione delle proprie vocazioni tradizionali, per esempio le piccole coltivazioni che possono anche trasformarsi un modello di business a chilometro zero, molto apprezzato dai turisti e non solo».





