Presentazione del grande dipinto del 1980 che ho donato al Centro Rosa Marchi.
Lo dipinsi tra il 1979 e il 1980 perché mi rendevo conto che quel “centro anziani autogestito”, il primo nato in Italia, sarebbe diventato un esempio in tutto il Paese, rappresentava una rivoluzione che avrebbe cambiato la percezione dell’anziano, fino a quel momento considerato un peso per la società. Ricordo bene i contatti con Rosa Marchi che era contentissima della realizzazione di quest’opera. Dopo il centro della Barca migliaia di centri autogestiti dagli anziani sono nati in tutto il Paese.
Avevo solo 30 anni e ora ne ho 64, abito a Casalecchio di Reno e non più a Bologna. Di fianco a quel “centro” c’è un asilo frequentato allora da mia figlia Elisa che ora ha a sua volta due figli.
Ricordo benissimo la realizzazione di quella grande opera, la tela inchiodata sulla parete della cameretta dove avrebbero dovuto dormire Elisa di 5 anni e Lorenzo appena nato, che tenevamo in camera con noi. Non potevamo lasciare dormire i bambini in quella camera impregnata dell’odore dei miei colori. Con noi però i bimbi dormivano bene e al caldo, visto che non avevamo il riscaldamento.
Era un periodo molto brutto per me, ma anche per l’Italia: mia madre era morta pochi mesi prima, mia moglie era stata licenziata, la preoccupazione per il mutuo da pagare e il timore di non farcela, io che non rinunciavo al mio impegno di delegato sindacale inflessibile contro le angherie, tutto questo mi portò a un forte esaurimento nervoso. Ma la passione per l’arte era tantissima e da giovani si sogna sempre: credevo che con l’arte, soprattutto quella ad impronta sociale, si potesse cambiare il mondo.
Ma che illusione. Guido Rossa era stato ucciso da poco dalle Brigate Rosse e il Comune di Casalecchio di Reno aveva appena collocato un mio dipinto che raccontava quell’assassinio nella sala del Consiglio comunale. In quel periodo ci fu la storica lotta degli operai della FIAT, una sconfitta cocente che contribuì in modo drammatico all’involuzione che si ebbe poi nelle fabbriche.
Realizzai un quadro con uno di questi operai e ne fecero un manifesto il cui ricavato servì a raccogliere fondi per quella lotta.
Pochi mesi dopo ci fu la strage alla Stazione di Bologna, quel 2 agosto che ancora lacera la carne viva di questa città, strage che insieme al terrorismo e la sconfitta alla FIAT ha cambiato l’Italia. Una città che era punto di riferimento nel Paese ferita a morte, da allora Bologna non è più stata la stessa.
Il paese chiuso in se stesso, senza più slanci, lavoratori e studenti ridotti al silenzio, più che dalla paura, dall’impotenza e dal trasformismo della classe dirigente. La maggioranza degli intellettuali che solo pochi anni prima faceva a gara a chi era più di sinistra improvvisamente scopriva che le tute erano unte e puzzavano di sudore. Nessuno degli artisti maggiori faceva più “arte sociale”, non andava più di moda.
Quanto si è sentita la mancanza del loro impegno nel sociale e come sarebbe diverso il nostro paese oggi se si fossero occupati un po’ di più dei veri problemi delle persone. Del resto l’arte sociale non si vendeva più e tantissimi di questi “intellettuali” erano solo degli opportunisti che correvano dietro ai nuovi padroni.
Ma la storia ha tempi lunghi e con grande soddisfazione vedrò questa grande opera nella sua collocazione naturale.
Carlo Soricelli
Carlo Soricelli
Metalmeccanico in pensione. Pittore-scultore. Soricelli nasce a San Giorgio del Sannio in provincia di Benevento ed all’età di quattro anni si trasferisce a Bologna con la sua famiglia.
Nella tarda adolescenza Soricelli comincia a produrre i primi quadri in cui si nota un forte interesse per le problematiche legate all’ecologia ed una grande attrazione nei confronti della natura; lo si vede negli animali che ripropone spesso e negli alberi morenti che assumono sembianze umane.
Fin d’allora l’arte di Soricelli è di denuncia nei confronti di una società che sta progredendo alle spese dell’equilibrio ambientale e della giustizia sociale. Nei primi anni Settanta i soggetti delle opere diventano soprattutto figure umane legate al mondo dell’emarginazione, accattoni, raccoglitori di cartone, handicappati, anziani, ma anche lavoratori ed operai che incontra ogni giorno sul posto di lavoro. Nelle sue tele ci scontriamo con visi stanchi ed abbruttiti, solcati dalla sofferenza e dalla solitudine, con corpi pesanti che non hanno niente del bello classico, cromatismi scuri di nero, marrone, blu, mai decorativi. Non c’è speranza, né si allude a qualche possibilità di riscatto, ma troviamo una costante messa in visione di tutto ciò che normalmente siamo portati ad evitare perché disturbante. Questa pittura, che giunge immediata ed essenziale, è spesso associata al filone dell’arte Naïve, quella di grandi come Ligabue, Covili, Ghizzardi. Infatti, a partire dall’84, Soricelli inizia ad esporre alla Rassegna di Arti Naïves ospitata presso il Museo Nazionale “Cesare Zavattini” di Luzzara a Reggio Emilia, dove riceve vari riconoscimenti tra cui il titolo di Maestro d’arte.
All’inizio degli anni Ottanta l’artista bolognese realizza le prime opere di scultura, ulteriore ed efficace veicolo espressivo del suo messaggio; è del 1985 “Il Consumista”, scultura emblematica in cui una creatura umana mostruosa, vestita di ritagli di spot e slogan pubblicitari, sta divorando se stesso ed ancora, del 1989, Il Comunicatore, ironica e brutale visione Orwelliana. Già dai primi anni Ottanta Soricelli propone il tema degli angeli e lo elabora a suo modo; l’angelo è l’escluso, prima schiacciato e deformato, ora alleggerito da un paio d’ali che garantiscono una dignitosa speranza, non tanto con l’intento di avvicinare al sovrannaturale, ma al contrario per riportare l’esistenza ad un’unica dimensione Umana. Da quindici anni Soricelli sta lavorando a quella da lui definita Arte Pranica, che consiste nella visualizzazione dell’energia comune a tutti gli esseri viventi allo scopo di produrre effetti benefici per mente e corpo, soprattutto attraverso l’uso di colori accesi e stridenti. Un’importante opera di pittura, in cui Soricelli si ritrae nelle vesti di cavaliere pranico, è stata acquistata dal Museo Zavattini. Soricelli espone dal 1976 con circa una settantina di mostre, tra cui quelle al Palazzo Re Enzo di Bologna nel 1986, alla Festa Nazionale dell’Unità di Reggio Emilia con una personale insieme a Cesare Zavattini nel 1995 e presso Palazzo d’Accursio a Bologna nel 1996. Ha esposto con prestigiose mostre in Francia, Germania, Unione Sovietica, Grecia e Jugoslavia. E’ presente in numerose collezioni pubbliche e private ed è presente in diversi musei. Da 7 anni ha aperto a Casa Trogoni di Granaglione, in provincia di Bologna, una casa museo delle sue opere, visitabile al pubblico su appuntamento.
Nel 1997 ha pubblicato un libro dal titolo “Maruchèin”, con prefazione di Pupi Avati, in cui ha raccontato le sue esperienze di bambino meridionale emigrato al Nord negli anni Cinquanta. Nel 2001 ha pubblicato il suo secondo libro “Il Pitto” con prefazione di Maria Falcone. Il terzo “Pensieri liberi e sfusi”, il quarto”Terramare” e il quinto “Porta Collina, l’ultima battaglia dei Sanniti”. Nella “La classe operaia è andata all’inferno” prendendo come pretesto per il racconto una vecchia giocata al totogol e il tentativo di ricordare il nome del quarto giocatore della schedina, Soricelli ci accompagna a visitare la fabbrica nella quale ha lavorato per tanti anni. Lungo il percorso ci presenta i suoi compagni di lavoro, creando per ognuno di essi un piccolo ritratto; Soricelli li racconta per rimarcarne la dimensione più umana e ricordare il valore di uomini e donne vere che ogni giorno si sacrificano per portare sostentamento alle proprie famiglie e all’intera società e che rende inaccettabile la perdita della vita sul posto di lavoro. Soricelli sostiene che la crisi americana e mondiale dimostra che il vero benessere non dipende da una società virtuale come quella borsistica, fondata su flussi fittizi, ma su lavoratori veri che sudano e faticano ogni giorno tornendo, fresando, rettificando, verniciando, assemblando e fondendo materiale vero, non virtuale, come l’apparente ricchezza prodotta attraverso movimenti bancari e borsistici che ci hanno fatto sentire tutti ricchi. L’autore afferma che la concorrenza di altri paesi, che non hanno nessuna tutela previdenziale e sindacale, ha immesso sul mercato prodotti per noi e contro di noi. E questi sono i risultati: un drammatico impoverimento dei paesi occidentali dovuto ad una concorrenza che a dir poco si può definire sleale. La classe operaia italiana è stata emarginata, decimata e impoverita e ancor peggio distrutta culturalmente dai media, controllati esclusivamente da ricchi editori che hanno imposto il loro modello culturale. La “Classe Operaia” continua Soricelli, con la sua carica d’idealità e utopie, fa ancora tanta paura. Ma forse, una nuova generazione di studenti, figli di operai e impiegati, di lavoratori a bassi salari, si è affacciata alla vita e comincia a rendersi conto che occorre riprendere nelle proprie mani il futuro. Soricelli si sente orgogliosamente un metalmeccanico anche adesso che è in pensione e può parlare della “Fabbrica” meglio, e con più argomenti, di tanti sociologi ed intellettuali che si riempiono la bocca senza mai avere visto un operaio in carne ed ossa.
E’ l’ideatore e curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro sito http://cadutullavoro.blogspot.com . Attivo dal 1° gennaio 2008 in ricordo dei sette operai della ThyssenKrupp di Torino morti tragicamente poche settimane prima. E’ il primo osservatorio indipendente sulle morti sul lavoro nato in Italia ed è formato solo da volontari diventando punto di riferimento nazionale per chi cerca notizie su queste tragedie.






