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Elezioni, Piredda e Della Bianca (Gruppo Misto): “La Regione vìola il diritto di elettorato passivo dei lavoratori”

Maruska Piredda e Raffaella Della Bianca hanno presentato due iniziative consiliari in merito alla mancata retribuzione dei compensi di maggio ai collaboratori dei gruppi consiliari della Regione Liguria che si sono candidati alle elezioni Europee ed amministrative. “Incomprensibile decisione, ma se la ratio è questa venga applicata anche ai consiglieri candidati”.

«Solo a urne chiuse ci è stato comunicato dagli uffici competenti della Regione Liguria che i dipendenti dei gruppi consiliari non avrebbero diritto a percepire la retribuzione di maggio nel caso si siano candidati in qualsivoglia lista sia per le scorse Europee sia per le amministrative. Alla luce di questa decisione, vorremmo capire quali provvedimenti il presidente Burlando e la giunta intendano prendere a tutela del sacrosanto diritto, costituzionalmente garantito, all’esercizio dell’elettorato passivo dei lavoratori dei gruppi consiliari e, contestualmente, il loro diritto a essere retribuiti. Per come è stata applicata la disposizione, sia nel metodo che nel merito, sorgono palesi dubbi su come possa essere ammesso che questi lavoratori vengano privati della retribuzione a loro dovuta da contratto semplicemente per una scelta: perché hanno deciso di candidarsi con questo o quel partito, con questa o quella lista civica, magari nel Comune di appartenenza, semplicemente applicando il diritto di elettorato passivo».

Così Maruska Piredda e Raffaella Della Bianca, consiglieri regionali del Gruppo Misto, sollevano il caso emerso in Regione Liguria, nel dopo elezioni, in merito alla decisione presa dalla Regione Liguria di applicare una norma del governo Monti sul finanziamento dei gruppo regionali. In particolare, alla base dell’interpretazione applicata dalla Regione Liguria è la lettera c), articolo 1, comma 3, allegato A, Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 21 dicembre 2012 “Recepimento delle linee guida sul rendiconto di esercizio annuale approvato dai gruppi consiliari dei consigli regionali, ai sensi dell’articolo 1, comma 9, del decreto-legge 10 ottobre 2012, n. 174, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 dicembre 2012, n. 213”, che prevede : “c) i gruppi non possono intrattenere rapporti di collaborazione a titolo oneroso ed erogare contributi, in qualsiasi forma, con i membri del Parlamento nazionale, del Parlamento europeo e con i consiglieri regionali di altre regioni, ed ai candidati a qualunque tipo di elezione amministrativa o politica, limitatamente, per questi ultimi, al periodo elettorale – come previsto dalla normativa vigente – e fino alla proclamazione degli eletti;”

«Questa disposizione, oggettivamente non chiara e presumibilmente di ben diversa ratio – spiegano Piredda e Della Bianca – è stata applicata, in via prudenziale, sospendendo la corresponsione delle retribuzioni ai lavoratori impiegati dai gruppi consiliari della Regione Liguria senza distinzione alcuna, cioè quelli con contratti di lavoro dipendente – che magari non hanno mancato neppure una presenza dal posto di lavoro per l’intero periodo della campagna elettorale – sia con contratti di collaborazione a progetto – che quindi lavorano senza vincoli di orario né di presenza.
È evidente che l’interpretazione adottata dalla nostra Regione crei una palese disparità nei confronti dei lavoratori dei gruppi consiliari della Regione Liguria, che si sono candidati per le recenti elezioni amministrative. La disposizione, così come applicata, appare costituzionalmente illegittima, dato che discrimina alcuni soggetti, che esercitano il proprio diritto di elettorato passivo, a seconda di chi sia il datore di lavoro. Ricordiamo che l’esercizio del diritto di elettorato passivo è non solo un diritto costituzionalmente garantito, che deve essere tutelato, ma anche un servizio svolto a favore della collettività».

L’interpretazione adottata dalla Liguria non solo ne pregiudica l’esercizio, ma impone al prestatore d’opera dei gruppi consiliari della nostra Regione di essere costretto a scegliere se candidarsi o se percepire la legittima e dovuta retribuzione. Un ricatto inaccettabile che se verrà confermato nei fatti, cioè nella mancata retribuzione dello stipendio di maggio, relegherà i dipendenti dei gruppi consiliari a una condizione di cittadinanza castrata, privata cioè del diritto di fare la più palese scelta civica: quella di partecipare alla vita politica.

L’assurdo, infine, è che questo accada proprio nel palazzo deputato, per eccellenza, a livello regionale, proprio all’attività politica. Se questa ratio interpretativa verrà confermata, sarebbe opportuno allora applicarla anche a quei consiglieri candidati alle Europee e alle Amministrative – quindi anche ai presidenti di Regione, deputati e senatori – che dovrebbero rinunciare agli emolumenti di maggio.