Home Calcio

Fabio Cannavaro, protagonista del primo giorno della Milano Football Week

Fabio Cannavaro
Fabio Cannavaro - Milano Football Week

Il capitano della Nazionale Italiana Campione del Mondo nel 2006 è stato protagonista del primo giorno della Milano Football Week con l’incontro “Fabio Cannavaro: l’oro di Napoli”

Allenare un giorno il Napoli o la Nazionale? “Il mio sogno è quello di allenare una grande squadra: continuo a studiare per riuscire un giorno a farlo”. Parola di Fabio Cannavaro, protagonista del primo giorno della Milano Football Week, la manifestazione organizzata da La Gazzetta dello Sport, con il patrocinio del Comune di Milano, in programma dal 12 al 14 maggio a Milano. Un evento unico dedicato allo sport più amato al mondo, che coinvolgerà tifosi e appassionati.

Un pensiero subito al suo Napoli Campione d’Italia dopo 33 anni: una festa straordinaria, ma con un significato diverso rispetto al successo degli anni ‘80. “Quegli scudetti servirono come traino alal città per riprendersi, mentre in questo caso no: la città vive un momento magico da 3 anni. Questa vittoria le ha dato ancor più slancio. Mi preme sottolineare l’organizzazione dei festeggiamenti: la gente ha esultato in modo corretto.”

Mondiale 2006: una cavalcata straordinaria. “Quel torneo ho giocato partite in cui mi sentivo baciato da Dio e riuscivo a fare tutto quello che volevo. Quando mi rivedo dico ‘ho giocato bene’.” Cannavaro, capitano di quella Nazionale, sottolinea il Mondiale fantastico festeggiato poi al Circo Massimo a Roma. “Eravamo u ngurppo fantastico, la bravura di mister Lippi è stata quella di mettere insieme tanti top e gente con meno esperienza. Abbiamo vinto un Mondiale meritato nonostante le difficoltà. Calciopoli non ha dato più forza al gruppo, anzi è stato un problema. Una volta in Germania, le polemiche finirono e ci dedicammo al Mondiale. A differenza dello scandalo dei Mondiali 1982 che compattò un gruppo, qui fu diverso.”

La Passione di Fabio Cannavaro per il calcio nasce fin da bambino. “Per me il calcio veniva prima di tutto: non volevo studiare, ma scendere per strada e giocare. Tengo a precisare comunque che è importante lo studio e che è giusto da parte dei genitori spingere i figli a farlo. Io ho avuto la fortuna che mi sia andato tutto bene, ma ho tanti amici non arrivati a giocare ai miei livelli che poi una volta smesso di giocare si sono trovati in difficoltà.”

La vittoria del Pallone d’Oro nel 2006. “A qualcuno ha dato fastidio la mia vittoria, come se i difensori non fossero all’altezza di vincere un trofeo del genere. Qualcuno ha avuto da ridire, soprattutto i francesi, ma poi il Fifa world Player, assegnato da calciatori e allenatori, ha messo tutti a tacere.”

L’incontro è stata l’occasione per Cannavaro di ripercorrere la sua carriera da calciatore, fin dagli esordi nella squadra della sua città natale. “A Napoli sono andato via troppo presto: per problemi finanziari del club fui ceduto al Parma. Andai via piangendo: sognavo di diventare giocatore simbolo e vincere con il Napoli. Quindi l’esperienza a Parma. “Iniziai subito a giocare nonostante la concorrenza. Per me è stato un trampolino di lancio, la società perfetta per un giovane che vuole crescere.” L’eserienza all’Inter: “Fui accolto dai tifosi da un boato. Ho giocato più di un anno con antinfiammatori e magnetoterapia: più andavo avanti, più capii che le mie prestazioni erano peggiorate e stavo perdendo la fiducia. Ho dovuto fermarmi, forse avrei dovuto farlo prima. Quindi arrivò la scelta di vendermi proprio mentre stavo recuperando la forma fisica.” E’ la volta dell’esperienza alla Juventus. “L’arrivo a Torino fu inaspettato: sapevo della stima di Capello. In 4 anni non ho più saltato una partita, avevo riacquistato la fiducia nei miei mezzi.” L’avventura a Madrid. “Il Real Madrid ha un fascino particolare: punta soprattutto alla Champions League. L’aria che si respira in città e allo stadio è qualcosa di unico.” Infine l’esperienza a Dubai, prima da giocatore poi da allenatore. “Ho voluto vivere un’esperienza all’estero per continuare a giocare e allo stesso tempo studiare l’inglese. Ho dovuto lasciare il calcio giocato a causa dei dolori al ginocchio, quindi ho iniziato a studiare per avere il patentino da allenatore.” Un allenatore da cui ha imparato tanto? Malesani, perché “attuava già un calcio moderno, che ci ha permesso di vincere dei trofei importanti.” Infine una domanda: meglio un allenatore che porta il bel gioco o i risultati? L’ideale sarebbe un via di mezzo: arrivare ai risultati grazie al bel gioco.”