Spesso si usa credere che il mondo dello sport sia composto da “frasi fatte” e modi di dire che spesso si ripetono tra addetti ai lavori, sportivi, giornalisti e, perché no, tra gli stessi tifosi. Altre espressioni, invece, sono partite dal gergo sportivo per poi essere esportate nel linguaggio comune. Dal calcio al tennis, dai motori all’atletica, sono diverse le espressioni idiomatiche che ritornano con maggior frequenza. Ad essere è stato dedicato un capitolo del libro “Perché diciamo così” (Newton Compton), il volume scritto dal sociologo e fondatore di Libreriamo Saro Trovato contenente ben 300 modi di dire catalogati per argomento, origine, storia, tema con un indice alfabetico per aiutare il lettore nella variegata e numerosa spiegazione delle frasi fatte. Scopriamo insieme l’origine e il significato i modi di dire sportivi più utilizzati.
Partire in quarta
Secondo una corrente minoritaria, l’espressione partire in quarta che, in senso figurato, significa iniziare un’azione con grande entusiasmo, partire con slancio, lanciarsi con decisione, proviene dalla scherma. Nel combattimento sportivo all’arma bianca la quarta rappresenta una specifica posizione di guardia in cui il braccio che tiene la spada si trova su una linea interna alla linea del ginocchio. I dizionari dell’uso sono invece concordi nell’attribuire le origini di questa locuzione al linguaggio automobilistico. Nel cambio di velocità degli autoveicoli, la quarta marcia sta infatti a indicare la massima velocità, lo slancio, l’energia, la celerità (ingranare la quarta, andare in quarta). Qualche dubbio permane sulla possibilità di partire con la quarta marcia innestata senza fare spegnere il motore o, peggio, bruciare la frizione.
Darsi all’ippica
Con questa locuzione, utilizzata di solito coniugando il verbo nel modo imperativo (Datti all’ippica, datevi all’ippica) si esprime ironicamente un invito a cambiare mestiere, a dedicarsi ad altro, a smettere di occuparsi di qualcosa per manifesta inettitudine. Sulle origini di questo modo di dire sono state formulate due ipotesi. La prima riguarda il poeta Gianbattista Marino che, nel Seicento, invitava i poeti incapaci di produrre versi sufficientemente arguti a darsi all’ippica, visto che all’epoca lavorare con i cavalli era ritenuto un mestiere umile. Secondo altri, invece, l’espressione risalirebbe al ventennio e al gerarca fascista Achille Starace che, nel 1931, arrivò a un convegno di medicina con notevole ritardo. I medici accennarono a qualche timida protesta ma Starace rispose che era stato impegnato con la sua cavalcata quotidiana e invitò i presenti a seguire il suo esempio: «Fate ginnastica e non medicina. Abbandonate i libri e datevi all’ippica».
Colpo basso
L’espressione colpo basso è stata presa in prestito dal pugilato ed è utilizzata per indicare un colpo sferrato sotto la cintura dei pantaloncini del pugile. Questo colpo rappresenta una gravissima scorrettezza ed è punibile con richiami e talvolta persino con la squalifica. Con il tempo, la locuzione è entrata a far parte del linguaggio comune estendendo il suo significato originario. Oggi con un colpo basso si intende qualsiasi azione sleale, deprecabile e inaspettata, compiuta ai danni di un altro, un’azione indegna, condotta a tradimento o tramite raggiri. Un altro colpo proibito è il tiro mancino. Anch’esso viene dal linguaggio pugilistico e rappresenta un’azione sleale, insidiosa, imprevedibile, compiuta con astuzia.
Gettare la spugna
Restando in ambito pugilistico c’è un’altra espressione figurata ancora oggi molto in voga: gettare la spugna. Nel pugilato, il lancio sul ring della spugna (che oggi è stato sostituito dal lancio dell’asciugamano) viene effettuato dal secondo di un pugile in palese difficoltà per chiedere l’interruzione immediata dell’incontro. Questo gesto equivale a una dichiarazione di resa, decreta la fine dell’incontro e rientra tra le sconfitte per knock out tecnico. In senso figurato la locuzione significa arrendersi, dare forfait, dichiararsi sconfitto, ritirarsi da un’impresa, rinunciare a un’iniziativa.
Appendere le scarpe al chiodo
L’espressione appendere le scarpe al chiodo, che significa ritirarsi dall’attività agonistica, è usata prevalentemente in ambito calcistico per riferirsi a giocatori che hanno concluso la loro carriera professionale. Cambiando sport, gli scarpini diventano scarpette, sci, racchette, biciclette, pattini, a seconda della disciplina praticata dall’atleta che ha deciso di ritirarsi. Alcuni studiosi fanno risalire le origini di questo modo di dire, che può essere esteso a molti altri settori, all’antica Roma. Quando i gladiatori, per particolari meriti nei combattimenti, si guadagnavano la libertà, ringraziavano Ercole appendendo le loro armi nel tempio a lui dedicato.
Andare a manetta
Utilizzata soprattutto per commentare le corse automobilistiche e di motociclismo, l’espressione andare a manetta significa correre, andare sempre di fretta e, per estensione, fare qualcosa con grande foga. La “manetta”, infatti, è quella del gas che un tempo, in alcuni veicoli, “comandava” l’afflusso del carburante: più si apriva la manetta, più affluiva il carburante, incidendo, naturalmente, sulla velocità del mezzo di trasporto.
Far la barba al palo
I più sportivi, in particolare i ‘calciofili’, dovrebbero conoscere questo modo di dire, ancora in uso, sia ben chiaro, che in senso figurato significa trovarsi al limite di una situazione difficile e che può avere pericolose conseguenze. L’espressione si fa risalire al gergo del gioco del calcio con la quale si indica, comunemente, il passaggio della palla rasente il palo delle porte con il rischio che vi possa entrare subendo gol e compromettendo, così, l’esito della partita a proprio sfavore. La locuzione, c’è da dire, ha anche un’altra origine, molto più antica, che ci riporta al mondo contadino. Con quest’espressione, nel gergo agricolo, si indicava il tentativo di impossessarsi del terreno altrui spostando di poco, ma in continuazione, i vari paletti che delimitavano i confini dei diversi appezzamenti.
Tirare i remi in barca
Si utilizza l’espressione tirare i remi in barca per indicare il completamento di uno sforzo e la volontà di riposare o di sfruttare quanto fatto finora. La locuzione deriva dallo sport e fa riferimento al vogatore che, smettendo di remare, lascia lavorare i vogatori rimasti (se presenti) o si lascia trasportare dalla corrente. Quindi colui che decide di tirare i remi in barca non fa altro che sospendere un lavoro/azione con l’intento che venga svolto da altri, o semplicemente vuol smettere un’attività lasciando tutto al destino. Un sinonimo può essere considerato il chiamarsi fuori, termine che trae origine dai giochi di carte.
Seminare il panico
L’espressione seminare il panico, purtroppo molto utilizzata soprattutto in ambito giornalistico, si riferisce a chi volutamente si adopera per spaventare o togliere tranquillità a qualcuno. Il verbo “seminare” è utilizzato anche per altri modi di dire: basti pensare ai celebri seminare gli avversari in ambito sportivo. Nel caso della locuzione seminare il panico, però, il riferimento alla semina non è solo figurativo: forse non tutti sanno che il panico è anche il nome di una pianta, tecnicamente la “Setaria italica”, che fa parte della specie del miglio ed è molto utilizzata nell’alimentazione delle popolazioni asiatiche. In questo caso, siamo di fronte ad un doppio significato della parola panico.
Prendere sottogamba
Prendere sottogamba (o sotto gamba) significa infatti prendere le cose con troppa disinvoltura e leggerezza, sottovalutare le eventuali difficoltà e l’importanza di un impegno. Pare che l’espressione idiomatica sia nata nei circoli bocciofili. Si narra, infatti, di un accanito giocatore che era solito vantarsi di riuscire a colpire il pallino con la boccia lanciata facendo passare il braccio sotto la gamba. Questo colpo a effetto non sempre riusciva e, quando il giocatore gradasso non andava a punto, gli avversari lo deridevano dicendogli che aveva preso la giocata sottogamba, a significare che aveva fatto le cose troppo alla leggera.
Ad maiora
Ad maiora è una locuzione latina il cui significato è “verso cose più grandi”, “a cose maggiori”. Tale espressione è spesso scritta seguita dal punto esclamativo, proprio perché si tratta di una formula utilizzata come augurio di conseguire risultati sempre più importanti. Si suole affermare ad maiora!, ad esempio, dopo una vittoria sportiva. Altre varianti di tale espressione, ma utilizzate con meno frequenza, sono ad maiora semper e ad meliora et maiora semper.
Colpo di scena
Che sia un libro, un film o la vita reale, poco importa; con l’espressione idiomatica colpo di scena ci riferiamo di solito a un avvenimento improvviso, generalmente di grande effetto, che suscita sorpresa e cambia radicalmente il corso dell’azione. Questo modo di dire, utilizzato anche in ambito sportivo, è stato mutuato dal linguaggio teatrale. A teatro, infatti, il colpo di scena definisce una tecnica precisa, annoverata tra gli schemi classici dell’azione scenica, che consiste nel totale cambiamento dello scenario, dalle quinte ai fondali, dalla musica alle luci, in rapporto a vicende diverse rispetto a quelle precedenti. Grazie a tale espediente il regista riesce a rappresentare i repentini e sorprendenti cambiamenti della vita umana.
Fare un colpo gobbo
Questo modo di dire, pur avendo una sola matrice, ha due significati distinti: mossa astuta e traditrice o mano fortunata nei vari giochi d’azzardo e, questo il significato principe, ottimo successo di un’operazione che si riteneva desse risultati inferiori al previsto e nata, anche, da un caso fortuito. La locuzione trae origine dal linguaggio malavitoso, dove l’espressione indicava un colpo ladresco, molto rischioso, ma particolarmente redditizio. Da non confondere, a questo proposito, con l’altra espressione dare a uno un colpo gobbo la cui origine non ha nulla che vedere con la precedente. In questa locuzione, infatti, il colpo gobbo che, in senso figurato, indica un’azione che mira a colpire qualcuno in modo improvviso e, spesso, indiretto è l’equivalente di colpo storto lasciatoci in eredità dai duellanti di un tempo. Storto, nel linguaggio duellesco, era una finta, vale a dire un colpo apparentemente indirizzato in un punto e, poi, improvvisamente, deviato al fine di spiazzare l’avversario.
Fare il portoghese
Chi non conosce questo modo di dire che significa “godere di un servizio senza pagarlo”, per esempio intrufolandosi tra il pubblico in una manifestazione sportiva? La locuzione, nonostante le apparenze, non fa riferimento alcuno a persone provenienti dal Portogallo, ma a un avvenimento storico avvenuto a Roma nel XVIII secolo: l’ambasciatore del Portogallo presso lo Stato Pontificio invitò i connazionali residenti a Roma ad assistere gratuitamente a uno spettacolo teatrale presso il Teatro Argentina: non c’era bisogno di invito o di biglietto; era sufficiente che dichiarassero al botteghino di essere portoghesi. Di questo fatto ne approfittarono molti romani de Roma. Di qui, per l’appunto, è nata l’espressione fare il portoghese, cioè non pagare il biglietto.
Cattedrale nel deserto
L’espressione cattedrale nel deserto riprende, nel linguaggio giornalistico, una locuzione coniata dall’uomo politico Luigi Sturzo nel 1958 per indicare grandi e costose imprese industriali (generalmente a carico dello Stato) in zone considerate inadatte (nel caso particolare, in Sicilia). L’espressione si utilizza in senso lato per indicare un grande progetto ma inutile e dispendioso, come una cattedrale costruita in un deserto senza che vi sia una comunità di persone a frequentarla. Recentemente, l’espressione è utilizzata in ambito giornalistico per indicare le grandi strutture sportive realizzate in occasione di Olimpiadi e avvenimenti mondiali che, una volta cessata la manifestazione per cui erano state realizzate, si scoprono improvvisamente inutilizzate e inutili per la comunità intorno alla quale sono state create.
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“Perché diciamo così”, il libro per scoprire i modi di dire che utilizziamo tutti i giorni
“Alle calende greche”, “Combattere contro i mulini a vento”, “Sbarcare il lunario” sono solo alcuni dei 300 modi di dire che trovano spiegazione all’interno del libro. Un “libro di società” che si può leggere da solo, condividerlo in famiglia o con gli amici, per “giocare” alla conoscenza e alla scoperta delle frasi fatte. Un “dizionario” indispensabile per un uso più consapevole del linguaggio, divertente da sfogliare e ricco di curiosità, che non può mancare nella libreria di casa e da regalare in vista anche del prossimo Natale.
Ben 300 modi di dire, catalogati per argomento, origine, storia, tema con un indice alfabetico per aiutare il lettore nella variegata e numerosa spiegazione delle frasi fatte. Un lavoro di ricerca per offrire al lettore un “dizionario” per un uso più consapevole e corretto del linguaggio. Un “libro di società” perché permette di essere condiviso e di “giocare” da soli o in compagnia alla scoperta dell’origine e dell’uso corretto dei modi di dire che tutti i giorni utilizziamo. Un libro ricco di curiosità e divertente nella lettura, da tenere sempre dietro al fine di capire se ciò che noi o gli altri dicono sia corretto.
È questo il contenuto di “Perché diciamo così” (Newton Compton Editori, 2020) scritto dal sociologo ed esperto di comunicazioni di massa Saro Trovato, fondatore di Libreriamo ( www.libreriamo.it ), la più importante community digitale italiana dedicata agli amanti dei libri e della cultura, in questi giorni in vendita nelle principali librerie italiane e nei più importanti bookstore on-line.
“I modi di dire fanno parte del nostro modo di parlare, di esprimerci e di essere parte di una comunità. – Afferma Saro Trovato, autore del libro – Ogni famiglia ha il suo tradizionale bagaglio di espressioni e ciascuno di noi ne usa abitualmente una propria personale selezione. Che siano derivati dalle lingue classiche, da episodi storici o da abitudini popolari, è affascinante scoprire come alcune delle frasi che utilizziamo quotidianamente abbiano un significato ben preciso, a volte sorprendente, ben più calzante di quello che pensiamo.”
Il libro è un viaggio di ricerca sull’origine dei diversi modi di dire, molti dei quali hanno origine antica, ma ancora utilizzati nel linguaggio contemporaneo. Un lavoro incrociato di verifica, utilizzando diverse fonti, al fine di offrire ai lettori una risposta il più possibile precisa e corretta, sul significato e le origini delle frasi fatte. Un libro che si pone anche come uno strumento per fare cultura e avvicinare alla lettura anche chi solitamente legge poco, perché scritto nella convinzione del fondatore di Libreriamo, di avvicinare le persone alla conoscenza attraverso un linguaggio semplice, immediato, accessibile a tutti.
“Perché diciamo così” è un libro leggero che vuole sottolineare l’importanza delle espressioni idiomatiche, molte delle quali cadute nel dimenticatoio a causa del sempre più frequente utilizzo di espressioni straniere e anglicismi. È un vero peccato che molti modi di dire siano stati relegati nella “soffitta della lingua”. Andrebbero, invece, “rispolverati” perché fanno parte del nostro patrimonio linguistico e indicano uno spaccato importante della nostra società. Ogni modo di dire nasce all’interno di una data cultura, civiltà, epoca storica diventandone testimone, ambasciatore. Uno degli obiettivi di questo libro è proprio questo: ridare dignità a tutti qui modi di dire che rischiano di essere dimenticati e di scomparire dalla memoria collettiva.
“L’originalità dei modi di dire è che riescono a trasformare le parole in immagini. – sostiene l’autore – Per certi versi, sono una rappresentazione visiva della lingua. Immortalano un momento rendendolo memorabile. Le singole parole non avrebbero nessun senso e la frase nel suo complesso sarebbe incomprensibile se non legata ad una data situazione. Tutto ciò è affascinante, perché è sinonimo di libertà linguistica. I modi di dire creano una rottura con tutte le regole della linguistica, sono trasgressione allo stato puro. Le espressioni idiomatiche sono movimento, azione, vita. Ogni modo di dire è una creazione dell’uomo. È un’opera dell’ingegno umano. Ciò che apparentemente non ha senso diventa carico di significato solo se contestualizzato e interpretato nel suo complesso. Aiuta a comunicare in modo semplice, facilita la comprensione, stimola la memoria. Inoltre i modi di dire sono espressioni proprie, particolari, di un determinato luogo le quali, spurgate della loro “volgarità” (del popolo) entrano a pieno titolo nel patrimonio linguistico nazionale. Anche per questo i modi di dire vanno tutelati.”







