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Nient’altro che finzioni PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Giovedì 14 Giugno 2018 14:56

Ogni tanto, K. si sveglia e si sente un po’ vecchio. È quando scopre che conosce alcuni dei suoi amici da un sacco di anni.

Prendiamo il caso di Federica Fracassi, per esempio. Si sono incontrati per la prima volta una ventina di anni fa, lei insegnante alla Scuola di Quelli di Grock, lui giovane addetto alle attività culturali della Pirelli. Da allora si sono reciprocamente seguiti con un percorso che per entrambi ha significato mille passi, in tante direzioni diverse.


Fino all’ultimo, quando Federica Fracassi ha interpretato Giulietta alla Kasa dei Libri, e ha chiesto a K. di fare Romeo. Così, quando Roberto Mutti, direttore del Photo Festival, ha chiesto a K. se conosceva una certa Federica Fracassi che aveva fatto un viaggio sulle tracce di Ibsen, lui ha fatto una sonora risata e ha detto che per Federica il posto alla Kasa c’era sempre.


Così nasce la mostra Nient’altro che finzioni, che è, come la definisce la stessa interprete, “un viaggio immaginario sulle tracce di Ibsen”, risultato di un itinerario compiuto in Norvegia insieme alla fotografa Valentina Tamborra. Nata a Milano, città dove vive e lavora, si occupa principalmente di reportage e ritratto, mescolando narrazione e immagine. Nel corso della sua carriera si è anche confrontata con progetti di impegno sociale che la hanno portata a lavorare con i detenuti del carcere di massima sicurezza di Opera e con il carcere di Brescia. Le è stato recentemente riconosciuto il Premio AIF Nuova Fotografia.


L’occasione per Nient’altro che finzioni è data dai 150 anni della nascita di Peer Gynt, spettacolo di Henrik Ibsen messo in scena recentemente, insieme a Rorsmersholm, al Franco Parenti da Federica Fracassi per la regia di Luca Micheletti.


I 32 scatti di Valentina Tamborra rappresentano il diario di viaggio compiuto da Federica Fracassi da Oslo al Gudbrandsdal, risalendo fino al porto di Ålesund e da lì verso Bergen, per poi fare ritorno nella capitale, passando dalla città natale di Ibsen, Skien. Seguendo le tappe percorse da Ibsen nel 1862 per la composizione di Peer Gynt, si compone un viaggio immaginario e poetico dove la natura maestosa della Norvegia fa da cornice ai diversi personaggi femminili interpretati dalla Fracassi, creando un nuovo testo e una nuova storia.


In questo caso la fotografia non è semplice mezzo documentario della performance, ma la crea essa stessa, diventando vero e proprio elemento narrativo che mescola realtà e sogno, immaginazione e visione e dialogando allo stesso tempo con il contesto, il testo ibseniano e l’interpretazione data dall’attrice.


Una metafotografia che diventa teatro o meglio un esperimento drammaturgico propedeutico all’interpretazione sul palco, come spiega bene Roberto Mutti: “è la vena poetica che attraversa i gesti dell’una e le immagini dell’altra a evocare ancora una volta quel non rappresentare la vita ma vivere la rappresentazione che sono l’intima natura del teatro. E della fotografia”.

 

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