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STEFANO BENZI: IL GIORNALISTA CHE SCRIVE PER SE STESSO PDF Stampa E-mail
Scritto da Fabiana   
Lunedì 23 Luglio 2012 21:26

Tags: Eurosport | John Cena | Stefano Benzi

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Seven Press ha intervistato Stefano Benzi, giornalista professionista (anche se non ama particolarmente questa definizione), telecronista sportivo e direttore di Eurosport.

Come hai iniziato la tua carriera giornalistica?

Direi assolutamente per caso. Non pensavo né volevo diventare un giornalista, non era tra le mie aspettative. Da ragazzino pensavo di fare il marittimo, come mio nonno, mio papà e mio fratello ma poi le cose sono andate diversamente. Intorno ai 15 anni mi sono trovato a collaborare con una piccola radio locale genovese che si chiamava Radio Torre, facevo un programma musicale che si intitolava "Sold Out" e che trattava di rock. Da lì mi sono spostato in una radio un po' più grande che curava notiziari locali e sportivi: iniziai ad appassionarmi e mi ritrovai a fare una telecronaca per una tv locale che aveva bisogno di un telecronista di basket per una partita amatoriale e non era riuscita a trovare nessuno disponibile. Lo feci io. Ovviamente gratis, e fu il mio esordio.

La tua prima esperienza lavorativa nel mondo del giornalismo? Ricordi ancora il giorno che sei diventato giornalista?

La partita di basket del torneo Don Bosco di Sampierdarena è stata la mia prima esperienza in assoluto; la stessa tv, che era Tele Genova, aveva bisogno di cronisti di calcio dilettantistico per trasmissioni e telecronache. Provai, andai bene, e ho proseguito su questa strada insieme a tanti colleghi che ora sono diventati firme importanti e che lavorano a Genova ma anche su quotidiani nazionali. Eravamo una bella squadra davvero: prima telecronaca di calcio nel 1984, 19 anni, Sant'Olcese-Molassana. Da lì in poi ho semplicemente cercato di non perdere occasione per imparare e fare cose nuove: il responsabile della programmazione televisiva di calcio dilettanti era anche responsabile delle pagine di calcio amatoriale de "Il Lavoro", lo storico quotidiano che poi diventò l'edizione genovese di "Repubblica". Dalle telecronache mi ritrovai anche a scrivere piccoli articoli sempre sul calcio dilettantistico. Inizialmente le collaborazioni erano gratuite o pagate pochissimo, ma mi divertivo molto. Ho cominciato a pensare di poter fare davvero questo lavoro solo quando venni chiamato da Primocanale per lavorare nella redazione del notiziario e quando poco dopo diventai professionista, con parecchio ritardo rispetto a quelli che dovevano essere i tempi previsti. Diciamo che di avere una tessera che mi dicesse che ero un giornalista non me ne fregava nulla. Era il 1991. Da allora non ho cambiato idea: in Italia c'è la corsa a diventare giornalisti pubblicisti o professionisti sulla base della quantità di quello che si fa, ma della qualità non si preoccupa più nessuno. Perché ogni giornalista diventa semplicemente una cifra da aggiungere al conto dei privilegi da pagare a chi ha voluto e ottenuto contratti troppo onerosi che oggi sono inaccessibili per questa economia e per queste aziende e che di fatto stanno ammazzando il ricambio generazionale di questo mestiere. Per fortuna c'è Internet: lì chiunque può scrivere e dimostrare di avere qualità, idee e personalità. E farlo gratis. Anche se emergere è molto difficile.

Il tuo blog su Eurosport è molto seguito. Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi lettori?

Onestamente non sono mai stato una di quelle persone che lavora con l'ossessione della reazione di quello che pensa la gente che avrebbe letto ciò che scrivevo. Tra le due tesi, quella di Montanelli che sosteneva che si scriveva solo per il lettore e non per l'editore e quella dei molti che scrivono per l'editore o il 'padrone' di turno (partito, squadra di calcio, industria), dico "io scrivo per me". Perché oggi la maggior parte dei lettori sono una massa indistinta di persone che fondamentalmente non vogliono leggere un'opinione, ma vogliono leggere qualcuno che amplifichi quello che loro pensano. I giornali sono schierati, i telecronisti sono tifosi, gli opinionisti sono dei predicatori: trovo questo sistema rivoltante. Perché ha portato la gente a cercare solo voci di campanile e l'istinto a dividere tutti i giornalisti in amici e nemici. Montanelli aveva ragione; ma ai suoi tempi c'erano molti lettori che comperavano il suo giornale e davano un senso al suo lavoro. Oggi invece i giornali non si vendono: campano grazie alle sovvenzioni statali e sono asserviti alla pubblicità, agli inserti omaggio e alle marchette. La stragrande maggioranza degli editori è rappresentata da persone che non sono minimamente interessate a fare informazione di qualità per ottenere inserzionisti e pubblico. Gli editori vogliono qualsiasi genere di informazione porti soldi: e siccome la qualità del pubblico è diventata quella che è, perché si è impigrita e non ha più voglia di pensare, spesso nemmeno di leggere senza pensare, tutto si rifugia nel trash e nel gossip. Quindi io scrivo per me: se qualcuno mi legge, bene. Se non mi legge nessuno, pazienza. Io non guadagno da quello che scrivo: internet è gratis, nessuno paga niente. Eurosport mi paga per dirigere una rete televisiva, scegliere e formare commentatori, trovare nuove rubriche e nuove aree di interesse. Incidentalmente scrivo anche un blog perché sono il direttore di questa piattaforma e perché scrivere per me è una forma di espressione liberatoria e molto personale: ma devo essere sincero. Se ho scritto un bel pezzo su una nuotatrice disabile come Nathalie DuToit e non l'ha letto nessuno, il problema non è mio. Ma di chi non l'ha letto. Se ho scritto una cavolata qualsiasi su una pattinatrice che ha perso il vestitino mentre danzava sul ghiaccio e la corredo con una foto osé, e raccolgo 100mila lettori in un giorno, il problema è sia di chi legge quel pezzo sia mio che lo pubblico. E io non ho voglia di perdere tempo in cavolate e nemmeno di scriverle. Ormai un giornalista l'unica cosa che può difendere è la sua credibilità, e per farlo deve scrivere quello che pensa: se alla fine mi leggono in pochi, silenziosi, che mi ritengono una persona credibile anche se la pensano diversamente da me, ho la coscienza a posto. Sono molto fortunato a poterlo fare su una piattaforma che non mi ha mai, e sottolineo mai, chiesto di fare o scrivere o dire una cosa piuttosto che un'altra. Magari perché il mio editore non è italiano.

Attualmente stai lavorando qualche progetto?

Il primo pericolo di questo mestiere è la noia. Dunque non mi fermo mai. Cerco sempre di fare cose che non necessariamente devono portarmi guadagno, ma che possano divertirmi e interessarmi. Ho la fortuna di essere ancora una persona molto curiosa ed estremamente ricettiva a tutte le novità. Leggo tantissimo, tutti i giorni: libri di ogni genere, e molti blog. Adoro la tecnologia: l'evoluzione tecnologica di Internet, tv e media application è qualcosa che mi entusiasma ancora moltissimo. Il mio blog su Eurosport ha ormai quattro anni di vita ed è quasi arrivato a 1000 pezzi. Ma tutto quello che posso fare è solo scrivere: a volte di più, a volte di meno. Due anni fa ho aperto il mio sito (www.stefanobenzi.com) nel quale racconto cose mie: aneddoti, episodi bizzarri personali o professionali, recensioni di libri, film, dischi e concerti. Lo scorso anno ho aperto un altro blog, (www.osservatoresportivo.com) nel quale esprimo pareri personali su cose che di solito fanno poca notizia ma che mi piace approfondire. Sto per aprire un sito dedicato alla mia grande passione, la musica: è un vecchio pallino che ho e ho deciso di buttarmi anche in questo. E da quattro anni sto cercando di scrivere un libro un po' impegnativo, una biografia romanzata su Eddie Guerrero. Purtroppo in questi quattro anni ho scritto migliaia di articoli e post, una quindicina di racconti di narrativa per ragazzi e un romanzo giallo: purtroppo non pubblicati e nemmeno richiesti. Ma li volevo scrivere e li ho scritti. Scrivo mediamente 15mila caratteri al giorno. E' un po' come allenarsi a correre per fare la maratona. Con 15mila caratteri al giorno puoi pensare di scriverne 4-5mila quotidianamente che diventino un libro, e devi farlo tutti i giorni, con metodo e continuità. Tuttavia il libro su Eddie fatica molto. Ho perso tre anni a documentarmi ed essendo un maledetto perfezionista fatico a dire "ok, ne so abbastanza, ora scrivo". Ma sono fiducioso. In questo periodo sono andato avanti un bel po' nella stesura iniziale.

stefano benzi

Sei favorevole alla moviola in campo?

No. Anzi, questa storia della moviola mi ha proprio rotto le palle. Siamo gli unici al mondo a farsi tanti problemi. Altrove gli errori si accettano: la finale scudetto di pallavolo è andata a Macerata al quinto set per una palla schiacciata da Kaziyski che gli arbitri hanno chiamato fuori. E invece era dentro. Le proteste sono state quasi inesistenti: e la coppa al capitano di Macerata l'ha consegnata il presidente della Lega Volley che è il signor Diego Mosna, il presidente di Trento. Mi sono immaginato se la stessa cosa fosse accaduta in una partita di calcio. Sarebbe stata una guerra civile. I tifosi del calcio devono imparare molto, moltissimo da quelli di altri sport come la pallavolo; e quelli italiani in genere devono imparare moltissimo da quelli di altri paesi. Non abbiamo alcuna cultura sportiva e nemmeno quella della sconfitta. Non stiamo insegnando ai nostri ragazzi a giocare, a divertirsi: li vogliamo tutti vincenti. Ma divertirsi non basta? La moviola in campo è un' idea ridicola perché non può essere applicata al calcio e alla litigiosità del suo mondo: sono d'accordo invece all'applicazione dei sensori di porta, ai quattro arbitri di linea e a un'applicazione ferrea della prova televisiva per episodi gravemente antisportivi che l'arbitro non rileva. Questo sì.

Si sta parlando molto dello stipendio stratosferico di Ibrahimovic, ovvero 14 milioni di euro a stagione. Non si sta esagerando troppo?

Si sta esagerando da un pezzo; ma il pubblico vuole e paga questo. Anche i giornalisti: perché più la notizia è clamorosa più se ne parla. Dunque è inutile fare gli schizzinosi, gli ipocriti e i moralisti perché questo è il mondo che abbiamo contribuito a creare e gente come Ibrahimovic ci mette il piatto in tavola ogni giorno. Anche Uefa e Fifa che parlano di Respect e di Fair Play, in campo o finanziario, diano il buon esempio e comincino a stabilire regole precise ed eliminare un bel po' di sponsor dai loro tornei investendo su altre cose: anche nelle istituzioni sportive domina l'ipocrisia, soprattutto in Italia dove le istituzioni politiche sono fondamentalmente create a uso e consumo di politicanti di seconda classe che non possono far danni in parlamento e dunque da qualche parte bisogna pur metterli. Il nostro paese ha un movimento di denaro di sovvenzioni sportive stratosferico. Se dovessimo mettere in proporzione quello che spendiamo per la promozione sportiva tra federazioni, associazioni e istituzioni dovremmo fare più ori della Cina a Pechino. E invece le palestre delle nostre scuole fanno schifo e alle famiglie che vogliono far fare sport ai loro figli viene chiesto solo ed esclusivamente di pagare. Anche questa cosa la trovo rivoltante.

Qual è la squadra che secondo te fino a questo momento ha condotto la campagna di calciomercato più ambiziosa?

Sicuramente la Juve. Milan e Inter sono in fase di recessione e riflessione, l'Udinese non può permettersi investimenti consistenti e continua a fare, bene, quello che fa. Roma, Napoli e Lazio possono solo competere qualche gradino più sotto: la Juve sta rimediando agli errori passati investendo bene i guadagni che arrivano da scudetto e Champions League. Ma il calciomercato non dovrebbe essere la gara a chi spende di più. È anche investire su settore giovanile, giocatori giovani e semisconosciuti, italiani e stranieri. Alla fine il miracolo del calciomercato non sono Juve, Milan e Inter; o Paris Saint Germain e Manchester City ma Chievo e Atalanta, Hoffenheim e Montpellier.

Sei stato conduttore del WWE NEWS per 5 anni su Sportitalia. Cosa ti piace di questo sport? Quando ero bambina lo seguivo anche io ed ero una fan di HulK Hogan. Mi piacevano gli strani costumi che indossavano e ricordo che il wrestling mi faceva molto divertire.

WWE News rappresenta una delle cose più divertenti che abbia mai fatto in vita mia. Mi ha allontanato dal calcio in un periodo di rigetto consentendomi di fare altre cose. A Sportitalia avevo la possibilità e la libertà di inventare cose nuove: andavo in onda con programmi stranissimi come SiShow che è stata la prima trasmissione a sdoganare l'uso della navigazione sui siti Internet per interagire, informare e giocare. Oggi lo fanno tutti, ma noi siamo stati i primi: come siamo stati i primi a fare vedere cose come l'Air Race, o gli Strongest Men, o sport bizzarri come le corse dei camion. Io mi divertivo un mondo a commentare tutte queste cose: poi, certo continuavo anche a occuparmi di calcio. Ma il wrestling e tutti questi programmi sono stati davvero una bella sala giochi. Del wrestling mi piace il fatto che è un modo per spiegare la vita e le sue amarezze ai propri figli: è una forma di imprinting generazionale, gli americani la usano così da anni. È fiction e verità, talmente ben intersecate da non distinguere più il confine tra realtà e fantasia.
Dopo cinque anni, nel 2009, mi sono trovato a dover scegliere tra due opzioni inconciliabili: Sportitalia, con tutta la libertà di espressione di cui godevo, ed Eurosport che mi offriva la direzione della rete, della testata e la possibilità di assumere tanti ragazzi che fino a quel momento avevano lavorato con me sul sito Internet che dirigevo dal 2005. Ho scelto la seconda: ci sono più responsabilità, meno visibilità, meno divertimento. Ma ho avuto la soddisfazione di vedere concretizzata una cosa che ho contribuito in gran parte a creare e di vedere gran parte dei miei ragazzi assunti, ora impegnati a mettere su casa e famiglia. Ho accompagnato ragazzi che da zero hanno imparato tanto e che ora possono dire non solo di avere un lavoro, ma di avere una professione. Ora anche questa fase si è conclusa e altri quattro anni sono volati via. I miei ragazzi della redazione Internet vanno avanti da soli e sono più bravi di me. Quasi tutti i ragazzi che sono diventati professionisti con me, e che ormai sono 26, hanno fatto più carriera di me. Ma per me questo è motivo di orgoglio, e certo non di invidia. Quanto al wrestling è sempre una grande passione. Ne scrivo, ne leggo, lo guardo: ma non lo commento più. Non sarebbe serio nei confronti di Sportitalia e non sarebbe coerente: WWE News era perfetto lì, in quel periodo e fatto in quella maniera. La chimica funziona solo con determinati fattori e in determinati momenti: non si può ripetere sempre, ovunque e comunque.

Il più grande wrestler di tutti i tempi?

Se devo dire un nome secco dico Eddie Guerrero: per motivi di affetto miei personali e perché gli bastava un'occhiata per suscitare la reazione del pubblico. Un uomo di talento comunicativo straordinario. Un grandissimo personaggio… Sotto l'aspetto del successo personale e del marketing sicuramente Hogan, Ultimate Warrior, John Cena o Triple H sono stati personaggi incredibilmente remunerativi e popolari. Ma Guerrero era e resta inimitabile. Tra i wrestler del passato remoto dico Bruno Sammartino e Antonio Inoki. Quello più spettacolare, almeno per me, è stato Tatsumi Fujinami e più recentemente ho amato molto il personaggio di Edge.

Ed il più grande calciatore di tutti i tempi?

Impossibile fare un nome sole; i tempi cambiano e anche nel calcio ogni epoca ha il suo fenomeno di riferimento. Maradona e Pelé su tutti; ma io personalmente ho adorato Zico. E oggi stravedo per Van der Vaart.

Fai un saluto ai nostri lettori!

Un caro saluto davvero agli amici di Sevenpress: se sono arrivati a leggere fin qui se lo meritano. Se non si capisce sono un chiacchierone, parlo e scrivo sempre troppo. Un abbraccio affettuoso a tutti i ragazzi della redazione.

Fabiana Rebora

 

Commenti  

 
+6 #1 TOTALMENTE D'ACCORDO!!!Alessandro D Angelo 2012-07-23 22:05
Sei favorevole alla moviola in campo?

No. Anzi, questa storia della moviola mi ha proprio rotto le palle. Siamo gli unici al mondo a farsi tanti problemi. Altrove gli errori si accettano: la finale scudetto di pallavolo è andata a Macerata al quinto set per una palla schiacciata da Kaziyski che gli arbitri hanno chiamato fuori. E invece era dentro. Le proteste sono state quasi inesistenti...
 

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