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Intervista esclusiva a Fabrizio Donato PDF Stampa E-mail
Scritto da Massimo Tagliabue   
Mercoledì 05 Settembre 2012 23:24

Tags: Daniele Greco | Fabrizio Donato | Roberto Pericoli

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Un triplo di bronzo a Londra per un uomo d'oro. Un campione non solo di sport, ma anche nella vita. Fabrizio Donato, 36 anni appena compiuti, è spontaneo, sincero, ironico.

Di lui ci ricordiamo la recente medaglia olimpica, la sua genuinità, ma non dimentichiamoci anche il titolo europeo ottenuto a Helsinki lo scorso giugno e l'alloro continentale indoor del 2009 a Torino. Non ultima la vittoria all'ultimo salto a Zurigo nel mitico Letzigrund Stadium nel meeting Diamond League sotto la pioggia.

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"Da bambino, come tutti, mi sono cimentato in vari sport, in primis calcio e atletica contemporaneamente, per gioco e svago, ma dopo poco mi sono indirizzato all'atletica perché lo sport individuale dà più emozioni, smettendo con il football. Correvo, saltavo, lanciavo, a 13-14 il tecnico Tonino Ceccarelli, notà le mie doti elastiche ed esclusive e mi propose di fare i salti: lungo, alto, triplo. Al campionato regionale per società di Roma, con la mia società l'Atletica Frosinone, mi venne chiesto di fare il salto triplo e stabilii, alla mia prima vera gara ufficiale, il minimo per la partecipazione ai campionati giovanili italiani. Andammo là, da ragazzini, senza pressioni particolari, come fosse una vacanza. E' chiaro che mi ero preparato per la gara, ma quando andai in pista e in pedana volevo saltare e vincere. Fu una gara spensierata e vinsi subito. Non cambiai più e lo preferii al lungo perché ha maggiori componenti di difficoltà, ti fa ricadere e gestire il volo, devi equilibrare tre salti, una serie di complessità che ti dà una padronanza del corpo sospeso in aria. L'atletica ho avuto la fortuna di praticarla da ragazzo sempre per gioco, a Frosinone non si puntava a sfruttare il ragazzo, come poteva accadere altrove dove l'allenamento toglie tempo allo studio e, al tempo stesso, l'allenatore non fece danni sull'atleta ed è forse per questo che conservo ancora alla mia età un fisico integro. Anche il mio allenatore mi dice che questo ha sicuramente allungato la mia carriera perché mi sono sempre allenato con le giuste dosi. Quindi, conciliai bene anche attività sportiva e libri. In età giovanile posso dire che ero abbastanza buono, ma non un talento puro ed è per questo che si spiega che non mi appartiene nessun record italiano a quei livelli, a differenza ad esempio di Andrew Howe. Ho cominciato a credere di poter ambire a certi livello solo quando entrai a far parte delle Fiamme Gialle diventando professionista. Lì ho scoperto l'atletica a grandi livelli, per l'interesse che c'era verso me e l'affetto di tutti. Conobbi Roberto Pericoli nel '95 e siamo da 17 anni insieme, abbiamo spesso gioito, ma come sempre, si perde in due e si vince in due, i meriti vanno equamente divisi".

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Ma quali sono stati i tuoi sogni e quali le maggiori delusioni?

"Sembrerà strano ma sono andato oltre i miei sogni. E' il caso di dire che la realtà ha superato il sogno. Chi avrebbe mai sognato un podio olimpico, i titoli europei, la Diamond League. Le delusioni si possono riassumere nelle lunghe stagioni estive agonistiche. A livello indoor me la giocavo sempre, all'aperto non riuscivo mai a dire la mia. E' stata solo una questione di tempi. Per la stagione invernale mi alleno cinque mesi, finiamo mondiali o europei a marzo e c'è solo un breve periodo per allenarsi alla stagione estiva. Evidentemente è dovuto alle mie caratteristiche fisiche. Quest'anno è andata diversamente per l'infortunio. Sono rientrato soltanto per gli europei e questo grazie anche alla stima della Federazione che chiedeva sempre di me, di come stavo, e loro hanno riposto la fiducia convocandomi per Helsinki. Ho dovuto stravolgere tutta la preparazione perché l'esordio è arrivato molto più avanti. Non posso dire grazie all'infortunio, perché stare fermi non piace a nessuno, ma potrebbe aver inciso sulla mia stagione positiva, la migliore in assoluto della mia carriera. In pochi, forse nessuno al mondo, è arrivato alla mia età ottenendo simili risultati e prestazioni. Le nostre gare si decidono sul filo dei centimetri, non ti puoi permettere cali che sono più psicologici che fisici, e devi spingere fino all'ultimo salto, per evitare brutte sorprese. Impossibile fare calcoli o dire 'sparo tutto nei primi salti'. A Zurigo, ad esempio ho vinto all'ultimo salto, sinonimo di una buona condizione e di aver acquisito negli ultimi anni la capacità di rimanere più concentrato. E' tutta esperienza".

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Il Villaggio Olimpico cosa rappresenta per un'atleta?

"E' bello stare in un altro mondo, in un'altra dimensione, un ambiente che ti fa sognare, magari ad altri fa un effetto contrario. Qui è tutto diverso dalla vita normale, a Londra molto più raccolto e questo è stato ancora meglio. Vivi a fianco a fianco con altre persone e altre realtà. La medaglia mo ha dato una spinta in più, ma non so quanto andrò avanti. L'importante è essere competitivi e per questo mi pongo solo obiettivi a breve termine, tipo gli europei indoor europei e i mondiali a Mosca dove voglio conquistare una medaglia. Non faccio progetti a lunga data. Rio è lontanissimo, in quest'ottica. Il futuro è Daniele Greco perché è un grande talento. Io sapevo che avrebbe fatto grandi cose. L'importante è che arrivi sempre qualche centimetro dopo di me, magari entrambi sul podio. Con lui c'è un ottimo rapporto, facciamo parte di un progetto di lavoro in cui lui e il suo allenatore Orsini si sono affiancati a me e Pericoli. Va apprezzata la scelta, che fa loro onore, perché hanno capito che possono sfruttare qualcosa del lavoro svolto insieme per raccogliere qualcosa. Una scelta che non è da tutti. Il prototipo dell'atleta perfetto sarebbe una fusione tra me e lui perché abbiamo caratteristiche diverse".

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La tua vita da atleta, quanti sacrifici?

"Lo sport mi porta via tanto tempo, mi alzo in funzione dell'atletica e vado a dormire in funzione dell'atletica, ma mi devo ricordare che sono anche papà e marito, e un pezzo della mia giornata va dedicata alla famiglia. Se stai bene con loro e hai attorno persone che ti vogliono bene, svolgi la tua attività tranquilla, sgombra e libera dai pensieri. Sono tasselli importanti per arrivare a certi livelli e ottenere i risultati. Mia moglie Patrizia Spuri è un ex atleta di 400 e 800, ha fatto le Olimpiadi ad Atlanta. Dopo tanti anni comincia ad avere un'ottima sensibilità della mia disciplina e a carpire i particolari. Ha un occhio molto fine, a Zurigo mi ha corretto alcune cose, e in altre occasioni mi ha persino...bastonato. Posso dire che sono in vacanza da 17 anni, da quando faccio atletica, non sento quindi il bisogno di andare. L'ultimo viaggio è stato per la luna di miele nel 2003, poi non ci pensi perché se subisci un infortunio non puoi perdere tempo. Ho una bambina di sette anni, ora inizia la scuola, ne approfitterò per accompagnarla. Mi manca l'appuntamento con Rieti domenica prossima, poi si stacca per recuperare un po' di energie. L'elisir dell'eterna giovinezza? Avere le giuste persone a fianco, divertirsi quando si vince, ma anche quando si perde".

Massimo Tagliabue

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foto Omega - Fidal

 

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