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Pasolini, Sade e la pittura PDF Stampa E-mail
Scritto da Luana Ambrico   
Sabato 16 Febbraio 2013 10:40

cop Balbi

Martedì 12 Febbraio si è svolta alla Biblioteca Berio di Genova, la presentazione del libro "Pasolini Sade e la pittura: un film, un libro", a cura di Mathias Balbi.

Pasolini e il cinema. La ricostruzione di questa complessa relazione si apre alla discussione sui rapporti che legano cinema e pittura, audiovisivo e arti figurative. Un volume che esplora la qualità profetica del testo pasoliniano nel suo interrogarsi su società e arte in un futuro che è già oggi.

Nome mitico del secondo Novecento italiano, Pasolini ha attraversato, forse più d' ogni altro intellettuale dell' epoca, molte forme di esperienze artistiche e letterarie: è stato poeta, regista, romanziere, critico letterario e giornalista. Lui amava definirsi semplicemente "scrittore".
Nei suoi scritti egli ha saputo di volta in volta rispecchiare la storia di un paese, l' Italia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale agli anni '70, confrontandosi con i grandi temi sociali, letterari e politici del secolo scorso: la Resistenza e il Fascismo, Democrazia Cristiana e PCI, l' avvento del neocapitalismo borghese nell' Italia del boom economico, il Sessantotto e gli anni della "strategia della tensione".
Non solo poeta civile, ma anche metafisico. Ambiguità, questa, rappresentata emblematicamente dall' ultima raccolta poetica dell' autore: Trasumanar e Organizzar. E' in questi versi che Pasolini dichiara il suo esser "poeta dell' aria", dando voce a un' intima, e definitiva, scelta verso il bando, l' esclusione, il Nulla. La "disperata vitalità caratteristica dei primi anni ha lasciato il posto al desiderio di una libertà sentita prima di tutto come "libertà di scegliere la morte".
Dalla non-poesia degli ultimi versi alla poesia impegnata de Le ceneri di Gramsci, poemetto che Giovanni Bertolucci sceglie quale simbolo dell'autore e di una nazione che in quell' epoca viveva il suo momento forse cruciale. E invero, dopo la morte dello scrittore,è il lato politico e civile della poesia pasoliniana è stato quello prediletto dalla maggioranza di esegeti e intellettuali, dando vita a un' interpretazione spesso fuorviante.

Riportiamo dalla prefazione di Sergio Arecco:
"L'insistenza del rapporto tra immagine pittorica e immagine filmica è sempre stata argo­mento ineludibile per gli studiosi dell'opera cinematografica di Pier Paolo Pasolini. Pen­siamo ai saggi o alle monografie di Brunetta, Marchesini, Galluzzi e dello stesso Zigaina. (...) Chi non conosce il tanto citato parallelismo tra il Cristo morto di Mantegna a Brera e la ri­presa di Ettore morente nel suo letto di contenzione in Mamma Roma? Chi non conosce la tanto dibattuta quaestio dei prestiti figurativi esplicitati da Pasolini nei primi tre film (il Masaccio di Accattone e Mamma Roma, la Deposizione del Pontormo in La ri­cotta), quasi a titolo di omaggio al magistero longhiano? Ecco pertanto dispiegarsi nel pre­sente volume (...) il tracciato completo del rapporto tra Pasolini e le arti, dall'affezione quasi morbosa per il "colore" nei disegni di gioventù alla "fulgurazione pittorica" d'epoca universitaria, dalla vertenza critica su una personalità  controversa come quella del Ro­manino (1485 ca.-1550 ca.) alla scoperta, sempre di ascendenza longhiana, del manie­rismo e del barocco, nonchè, per li rami, dei dispositivi della contaminazione e del crossover (o, addirittura, della iterattività  warholiana). "

Possiamo capire meglio il senso del libro, direttamente dalle "parole" di Pier Paolo Pasolini in Le Pause in Mamma Roma, in PPP Mamma Roma, Rizzoli, Milano 1962, parole che esprimono cosa sono per lui la rappresentazione della figura e della pittura:
"Il mio gusto cinematografico non è di origine cinematografica, ma figurativa. Quello io ho in testa come visione, come campo visivo, sono gli affreschi di Masaccio, Giotto - che sono i pittori che più amo, assieme a certi manieristi (ad esempio il Pontormo). E non riesco a concepire immagini, paesaggi, composizioni di figure al di fuori di questa mia iniziale passione pittorica, trecentesca, che ha l'uomo come centro di ogni prospettiva. Quindi, quando le mie immagini sono in movimento un po' come se l'obiettivo si muovesse su loro sopra un quadro, concepisco sempre il fondo come il fondo di un quadro, come uno scenario, e per questo lo aggredisco sempre frontalmente [...]. Io cerco la plasticità, soprattutto la plasticità dell'immagine, sulla strada mai dimenticata di Masaccio: il suo fiero chiaroscuro, il suo bianco e nero [...]. Amo lo sfondo, non il paesaggio. Non si può concepire una pala d'altare con le figure in movimento. Detesto il fatto che le figure si muovano."

 

 

Ultimo aggiornamento Sabato 18 Aprile 2015 15:14
 

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