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Nati con Edberg e Wilander PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Lunedì 16 Gennaio 2012 21:36
Quello iniziato stanotte rimane il quarto torneo del Grande Slam, in ordine di importanza, ma al netto delle temperature atroci

Quello iniziato stanotte rimane il quarto torneo del Grande Slam, in ordine di importanza, ma al netto delle temperature atroci è forse quello dove i giocatori vanno più volentieri. Meno pressione che a Roland Garros, Wimbledon e Flushing Meadows, possibilità di evadere dall’inverno, certezza di presentarsi riposati. Il tutto unito a un impianto, quello di Melbourne Park, che è nel centro della città (Melbourne, appunto) e non in semi-periferia. Detto questo, bisogna dire che la sua nobiltà è recente. A riprova che anche in un mondo chiuso come quello del tennis esiste spazio per chi abbia idee e soldi.
Fino al 1968 vale per gli Australian Open la considerazione che si può fare per il resto del tennis: non solo non si possono confrontare giocatori di epoche diverse, discorso che vale tuttora, ma fino a quella data nemmeno giocatori della stessa epoca.
Divisi fra finti dilettanti (per questo la carriera di Pietrangeli, più ricca di vittorie, vale come quella di Panatta) e professionisti tutto sommato finiti anche loro, visto che questo professionismo si manifestava in mini-tornei di esibizione che avevano una certa eco di fatto solo negli Stati Uniti. Insomma, fino al 1968 gli Australian Open hanno avuto il problema degli altri Slam, mitigato dal fatto che l’Australia produceva così tanti giocatori locali da poter comunque sempre proporre un tabellone interessante: se Laver era professionista, c’era pronto Roy Emerson.
L’inizio dell’era Open portò più qualità all’inizio, ma di fatto per quasi venti anni l’Australian Open (che si giocava sull’erba, per la verità fino al 1974 compreso tre Slam su quattro si giocavano sull’erba) fu considerato dai grandi un torneo come un altro, da saltare senza scrupoli.
Basti pensare che Bjorn Borg lo ha giocatoto in vita sua solo una volta, a 18 anni… A metà degli anni Settanta il WCT di Dallas, gli Internazionali d’Italia, il torneo di Monte Carlo erano ‘sentiti’ senz’altro di più di quello che solo per convenzione veniva considerato un torneo dello Slam. Finito in basso non solo come campo dei partecipanti (l’albo d’oro si è quasi sempre salvato, però, Kriek ed Edmonson a parte), ma anche a livello organizzativo.
La prima svolta è avvenuta nel 1987, quando da dicembre il torneo è passato ad essere programmato in gennaio, la seconda c’è stata invece con lo spostamento dall’erba di Kooyong al cemento di Flinders Park (diventato Melbourne Park nel 1996).
Il montepremi si è alzato, i grandi sono tornati tutti a considerarlo un torneo vero e si è innescato un meccanismo di fama che si auto-alimenta che adesso rende molto difficile per un eventuale altro torneo inserirsi in questa elìte. Che non nasce tanto dai soldi, quanto dall’importanza che i giocatori danno a questi quattro eventi. 1987, vittoria in finale di un ventenne Stefan Edberg su Pat Cash in 5 set. 1988, vittoria di Mats Wilander sempre su Pat Cash (che fra una finale e l’altra aveva conquistato Wimbledon…) e sempre in 5 set. Sembra ieri e in un certo senso è ieri davvero. Conclusione? Le cose possono cambiare, basta volerlo. E il treno dei ‘combined event’, preso anche da Roma, è quello giusto.

Twitter @StefanoOlivari

fonte: http://blog.guerinsportivo.it

Ultimo aggiornamento Lunedì 16 Gennaio 2012 21:36
 

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