
Una Samp tenace e, per la prima volta dall’inizio del campionato, con ciascun giocatore al suo posto. Un miraggio finora. Persino l’impiego di Gabbiadini da esterno del terzetto pre-attaccante non è uno snaturamento per la punta di calcinate, spesso impiegato in un ruolo assai simile lo scorso anno da Pioli nel Bologna.
Certo rimane il fatto che questa Sampdoria non ha campioni. Nemmeno un singolo giocatore di risolverti la partita con un colpo o accenderti la luce con una singola giocata, se non a corrente alternata Eder e il convalescente Sansone. Urgono rinforzi e al più presto, questo è vero.
Ma ieri almeno, se non per la prima volta al massimo per la seconda, il Doria ha dato dimostrazione di essere un gruppo solido, compatto, che se lavora nella stessa direzione indicata dal suo condottiero potrà arrivare, magari soffrendo anche meno, all’ambita meta.
Mihajlovic ha ridato colore ad una maglia sbiadita da troppo tempo, da troppi anni. Forse non gli è stato difficile perché sapeva già cosa significava il blucerchiato, averlo indossato quattro anni, in un periodo per giunta di discreta gloria, deve avergli lasciato buoni ricordi. E magari non sarà stato un caso che ieri uno dei migliori in campo sia stato Angelino Palombo, ovvero il primo a sapere cosa significa, “in salute e nella malattia, nella buona e nella cattiva sorte”, vestire la maglia della Sampdoria con onore.







