Il pericolo, ancora una volta, arriva dal Sudamerica. Dal 2005, da quando cioè è stato introdotto il Mondiale per Club, solo in un’occasione una formazione di un altro continente ha sfidato in finale la favorita europea di turno: il Mazembe, demolito dall’Inter nel 2010. Per il resto, il torneo ha seguito un copione scontato. Sarà probabilmente così anche quest’anno, con i brasiliani del Corinthians che si propongono come l’ostacolo più insidioso tra il Chelsea, sconquassato dalla vicenda Di Matteo-Benitez, e il tetto del mondo.
Impostazione europea, compattezza, intensità , modulo variabile, assenza di stelle. E successi. Tanti. Ecco, riassunti in una riga, i segreti del Timão da quattro anni a questa parte. Nel 2008 nessuno, nella San Paolo bianconera, avrebbe scommesso su una sfida secca coi campioni della Champions League: il Corinthians era retrocesso in B, a un passo dal fallimento. Fu riportato alla gloria dall’arrivo in panchina di Mano Menezes e alla presidenza di Andrés Sanchez, entrambi recentemente usciti di scena dalla Seleção.
Cos’hanno vinto a San Paolo nei quattro anni successivi? Noccioline: un campionato paulista, una Copa do Brasil, un Brasileirão, una Libertadores. Più un terzo posto in campionato nel 2010. Hanno vissuto di marketing (Ronaldo, Roberto Carlos, il tentativo di riportare a casa Tévez), hanno rivelato giocatori prima sconosciuti (Paulinho, ma anche Jucilei, Elias, Ralf), si sono permessi esperimenti invero mal riusciti (Adriano, caso ormai impossibile da gestire). E hanno vinto tanto, riempiendo una bacheca vuota a livello nazionale prima degli anni 90.
La Libertadores conquistata a inizio luglio sul Boca Juniors ha costituito l’apice dell’ultracentenaria (102 candeline spente quest’anno) storia del club. Anno da ricordare, il 2012: oltre al trionfo continentale è arrivata, qualche mese più tardi, la retrocessione del rivale Palmeiras. Mentre il Corinthians, pur senza stimoli, il Brasileirão lo ha concluso con un più che dignitoso sesto posto. Merito di un’intensità di gioco mai venuta meno, e insolita per quelle latitudini. Merito anche, e soprattutto, del tecnico Tite.
In Brasile gli allenatori non hanno mai vita lunga su una panchina, ma lui resiste a suon di vittorie da due anni e mezzo: quasi un record. Si era parlato anche di lui per la Nazionale, poi gli hanno preferito Scolari. Ama utilizzare il 4-3-3, o 4-2-3-1 grazie allo spostamento della mezzala sinistra (Danilo o Douglas) sulla trequarti, ma lo alterna a un 4-2-2-2 puramente brasiliano (due centrocampisti di rottura e due offensivi, con ampio spazio alle salite dei laterali difensivi) quando i due mancini di cui sopra vengono schierati in coppia. Un dogma è chiaro: non tutti devono attaccare, ma tutti devono difendere.
Niente stelle in una squadra che è di ottimo livello, ma pur sempre operaia: Paulinho è il più reclamizzato, ma non è (ancora) Gerrard, occhio all’ex Bayern Guerrero. L’eroe della Libertadores, coi due gol segnati al Boca, è stato lo Sheik Emerson, un tipo particolare: ha trascorso l’intera carriera tra Giappone e Medio Oriente, poi nel 2009 è tornato in patria vincendo tre campionati di fila con tre squadre diverse. Ha una scimmia come animale domestico, è stato indagato per falsa identità e riciclaggio. È sempre in mezzo alle polemiche, ma in campo ci sa fare.
Il Corinthians ha anche una delle tifoserie più calde del Brasile, la Fiel. Saranno in 15000 in Giappone, altrettanti hanno salutato all’aeroporto di San Paolo la partenza della squadra. In molti si sono indebitati per non mancare all’appuntamento storico. Una “naçãoâ€, una nazione, contro cui dovrà fare i conti il Chelsea di Benitez. «È un uomo fortunato: può vincere un altro Mondiale senza aver fatto nulla» la stilettata di Ferguson verso lo spagnolo. Che però, a differenza del 2010, quando con l’Inter superò Seongnam e Mazembe, potrà almeno dire di aver sudato almeno un po’.






