Tracce di memoria
Vernissage di Francesca Ghizzardi (Galleria San Donato – Genova)
Il pittore fissa su superfici, che genericamente definiamo tela, immagini reificazione del “suo
vedere”, percepire, scorgere, intendere, ma anche emozionarsi, stupirsi, alludere, travisare,
sognare…
Le dimensioni della tela o del muro, o di qualsiasi altra superficie, grande o piccola che sia, segnano
il territorio… il range d’azione entro il quale il pittore agisce.
A volte l’essere imprigionati nella bidimensionalità della tela, esercita un effetto claustrofobico
sull’artista, che lo spinge (come è noto) verso il bisogno e la necessità di andare oltre, puntando alle
grandi distese (vedi le esperienze di Christo), oppure allo sconfinamento gestuale di matrice
concettuale (vedi le celeberrime tele lacerate di Fontana).
Il passo dalla superficie-tela alla superficie-corpo, è decisamente breve, per esempio in certe
esperienze di body art, è proprio il corpo ad assume il ruolo di supporto/superficie all’espressività
dell’artista: mi sovvengono le cicatrici di Gina Pane, fotografate con oculatezza, per arrivare alle
“antropometrie” di Yves Klein.
La scelta della “superficie più opportuna” su cui dipingere, non è mai stata sottovalutata nemmeno
dall’artista Francesca Ghizzardi che, nel corso del suo itinerario artistico, a volte si è anche
cimentata nell’abbozzare en plein air minute immagini su rocce, o addirittura tracciare sul fondo
pietroso di piccole pozze d’acqua stagnanti, quelle figure che i riflessi di luce nell’acqua,
maggiormente le ispiravano.
Esperienze effimere, volatili che lei stessa documentava fotografando o chiedendo di essere ripresa,
come nel caso del video “Froteuristic Hand”, realizzato in collaborazione con Amedeo Gaggiolo.
Anche nella personale “Tracce di memoria”, che
Francesca Ghizzardi presenta presso la galleria
San Donato di Genova, l’artista conferma il suo
interesse, quasi maniacale, per la superficie, che
non è mai mero supporto generico, ma parte integrante
della sua poetica.
In questa circostanza, si tratta di radiografie del suo
corpo sulle quali dipinge; lastre che sono il
risultato di esami ai quali si è sottoposta nel corso di
anni e che rappresentano l’anamnesi, che
definirei ontologica, del “suo esser malata”.
Le radiografie della sua struttura ossea (femori, colonna vertebrale, cranio, mascella, denti, mani,
piedi…) sembrano scatenare in lei pareidolie che favoriscono il suo divagare attraverso immagini ericordi
che Francesca cesella intervenendo con forme e colori, anche in maniera invasiva, sulla
substrato-ossea superficie; dall’originale procedimento tecnico, prendono forma quelle immagini che lei,
quasi ironicamente, definisce “radiogeniche”.
Le tentazioni sono infinite, per esempio è
sufficiente la “linea del soleo” di una
tibia a suggerirle la
tipologia di un’ombra, oppure il “condilo
mandibolare” per farle scorgere una
forma animale,
oppure qualsiasi altra struttura
anatomica, per scatenare in lei visioni.
Tutto nasce senza una linea
programmatica di indagine, tutto è
dettato dal suo stupirsi e innamorarsi
in maniera travolgente di ciò che ha
intravisto e che rievoca la sua esperienza
passata e presente.
Un’ossea visione si trasforma, sotto la sua mano esperta, magari in un gatto… quel gatto che ha
accompagnato la sua infanzia, oppure un insieme di ossa fa da cornice al ritratto della mantovana
“Signorina Cantarelli” e ad altri personaggi che, attraverso un felliniano amarcord, la riconducono
sovente alla sua Sabbioneta (sua terra natale) che sempre, direttamente o indirettamente, è presente
nella sua pittura.
“Tracce di memoria” si articola su un doppio e sottile canale concettuale che collega le opera
esposte: l’ipotetico incedere del corpo dell’artista, provata da patologie espresse nei reperti
radiografici che si concretizzano in forme e la lucida memoria che riconduce l’artista alle immagini
del suo passato in sinergia con le ossee superfici che fanno da supporto.
Completa il vernissage un’opera realizzata dall’eco-stilista Irene Sarzi Amadè (anche lei
sabbionetana) che, utilizzando alcune radiografie floreali di Francesca, ha confezionato un abitoscultura
di grande charme e delizioso gusto un po’ démodé. !!
Sono alla ricerca delle mie tracce… alla giustificazione alla
vita, la pianura della mia infanzia, la terra odorosa e
mattoni… le pietre che da bambina calpestavo nei primi
passi in via Achille a Sabbioneta, i generosi fiori che mi
nascondevano in un abbraccio materno, la ricerca del cielo
ramo dopo ramo, sopra le maestose magnolie del Palazzo
Forti; ore di solitudine e di gioia immensa, una sfida per
conquistare il cielo, l’odore delle magnolie mi inebriava e
sempre più in alto l’ebrezza del pericolo… dell’incoscienza
infantile.
Sabbioneta la piccola meraviglia, stella del mantovano, era
attorno a me e io ero al centro dell’attenzione e dimenticavo il
peso che già gravava nella mia piccola anima “dell’esistere”.
!
Francesca Ghizzardi






