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Riscoprire il nostro passato: Ricordi di Natale

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Buon Natale da Mario Traversi

Tempo di Natale, tempo di ricordi, di quando si aspettava questa festività con un crescendo di positiva ansietà, l’essere pronti a viverla nel miglior modo possibile, l’attesa, per i più piccoli, dell’arrivo di Gesù Bambino, che nella notte tra il 24 e il 25 dicembre, portava i regali per chi era stato buono, e poco o niente, per chi era stato cattivo.

Non si capiva mai il perchè certi amici di scuola ricevevano sempre dei bei regali, anche se si sapeva che la loro condotta non era ottima, mente altri, che buoni erano stati, si dovevano accontentare di cianfrusaglie, segno crudele della loro condizione di dignitosa povertà… .

Ma il Natale era comunque bello per tutti. Si allestiva il presepe in ogni casa, dopo aver cercato l’erba cocca (muschio) nella vicina campagna, soprattutto nelle zone umide erbose, dove spesso si trovava anche un alberello di ginepro come ornamento al presepe, quando ancora non era in uso, soprattutto in Liguria, l’attuale abete, albero oriundo del nord, che nel genovese cominciò ad apparire sulla fine dell’800. Il ginepro, già decorato in natura da bacche rosse, veniva arricchito con semplice, ma calda fantasia, di carta colorata e lucente, qualche mandarino, caramelle e immancabili fiocchi di cotone per ricordare la neve che i ragazzi aspettavano e arrivava purtroppo di rado… .

Natali senza febbre di consumismo; le donne lavoravano in casa per confezionare maglioni e calzettoni di lana grezza che erano il tormento dei ragazzi, costretti a inevitabili “grattaggi”, mentre l’amico calzolaio confezionava scarponcini su ordinazione, rafforzando le suola con “ciappunetti” e chiodi testati, che avvertivano del loro arrivo già da parecchia distanza.

Le chiese erano oltre il completo di capienza per la Messa di Mezzanotte. gruppi di giovani salivano a piedi nelle frazioni dell’entroterra, soprattutto al deserto di S. Anna, per una notte veramente sentita e Santa, coronata poi, al ritorno a casa, da una bella fetta di pandolce, confezionato in casa e poi cotto nel forno della compiacente panetteria.

Altri tempi, altri Natali dicevamo; più poveri ma più autentici, che vedeva la famiglia radunata per un pranzo atteso da un anno, con al centro del menù l’immancabile cappone che da un mese era ospite graditissimo sotto il lavandino della cucina, con lo spago alla zampa per tenerlo buono e ingrassarlo ancora un pochino.

C’era poesia in quei Natali ormai scomparsi. Oltre alla letterina sotto il piatto del papà o della mamma, promessa di buoni propositi e di un rinnovato impegno nello studio dei figli scolari, si respirava effettivamente l’aria del Grande Evento. E nella mattina del 25 dicembre si potevano ammirare i “rinnovi” nell’abbigliamento, passerella imperdibile per commenti e “ciaeti”.

Ricordiamoci di quei lontani Natali per ritrovare noi stessi e quella Poesia…

Quande Natale o l’ea Natale
Ricordite de mì./ De quande t’ei figgieu/ e a-u seunno de campann-e/ e te s’impiva o cheu. Quande teu muae a-a mattin,/ primma ch’o feise giorno,/ cun i pandoçi in testa/ a camminava a-u furno./ E poi, pe fà u preseppiu/ teu puae ch’o traffegava:/ due toe e quarche çeppu,/ che gioia ch’o te dava!/ E u pransu de Natale?/ Figgieu che bella festa!/ Ravieu, cappuin, maiale,/ muscato e …mà de testa./ Ricordite de mì,/ Natale ormai sparìo./ Regalli? Dui strufuggi/…ma u t’ei purtava Dio.

Buon Natale da Mario.

(Mario Traversi)

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