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Smartworking: è davvero smart?

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Torino – Mercoledì a Torino gli Stati Generali Mondo Lavoro ITALIA hanno ospitato una riflessione collettiva sullo smartworking. Primo punto su cui tutti i presenti concordano, non chiamiamolo più così. Il tentativo di un neologismo più calzante porta a “lavoro flessibile in remoto autoregolato”. Terribilmente tecnico. Se vorremo chiamarlo smart dovremo dargli quella connotazione di intelligenza che l’urgenza pandemica non ha dato modo di esprimere. E gradualmente risolvere le tante contraddizioni che il puntiglioso dibattito pubblico sulle “quote smart” non risolverà.

La prima questione di non scarsa rilevanza, posta dall’Avv. Francesco Rotondi Managing Partner LabLaw Studio Legale Rotondi & Partners, specialista di diritto del lavoro, è legata alla necessità di definire nuovi modelli organizzativi sulla cui base rivedere i modelli contrattuali. “Il nostro Paese ha storicamente vissuto un rapporto di lavoro basato sullo scambio tra una prestazione lavorativa, ovvero la cessione di energia e tempo da parte del lavoratore, a fronte della sicurezza di un posto di lavoro a tempo indeterminato, da cui l’attuale modello base di contratto di lavoro e da cui anche le nostre remunerazioni storicamente sotto la media europea, appunto in cambio della tranquillità di un posto fisso. Prima ancora dello smartworking la precarietà del mondo del lavoro mette in discussione questo equilibrio. Tanto più quando viene liberalizzata la “resa della prestazione” nei tempi e nei luoghi. È un processo lungo che va pensato, perché cambia il significato contrattuale. Ma prima bisogna disegnare i nuovi modelli organizzativi e quindi mettere mano ai contratti. Lo smart working così com’è va bene se lo consideriamo un modello transitorio mentre si passa a quello che sarà in futuro”.

Interviene poi Luca Brusamolino, Ceo Workitect – Smartworking Expert, che mette l’accento su come cambia il ruolo e il design dell’ufficio in una logica di parziale lavoro in remoto. “Se l’accento si sposta da un lavoro desk-centrico a un lavoro activity-centrico, diminuiranno le scrivanie e anche gli uffici singoli, ci saranno al loro posto postazioni di concentrazione per il lavoro che richiede raccoglimento, postazioni di relazione con telefoni e computer per video-call, piccole salette dove incontrarsi in modo informale per scambiare idee, sale riunioni e luoghi più ludici e di socializzazione come il caffè aziendale e la sala relax.
In futuro sarà il co-working, un mix tra passato e presente”. Chissà, magari si diffonderanno anche da noi le stand-up meeting room, dove ci si incontra ma si resta in piedi. Mantiene lucidi e stimola la brevità.” Quel che è certo è che il rapporto tra spazio operativo e sale riunioni che prima era, rispettivamente 75% e 25%, adesso è paritetico ma si sta capovolgendo a favore delle sale in cui riunirsi”. Il senso dell’ufficio sta diventando quello della condivisione, ciò che non lo è spesso può essere fatto altrove.

L’accento di Luisa Erricchiello, ricercatrice CNR-ISMEA, è invece come ci si può aspettare più accademico. Primo, non è passato abbastanza tempo per farci un’idea della specie di smartworking che abbiamo vissuto. La situazione in cui è accaduto era alquanto particolare. Secondo, bisogna fare attenzione ai processi identitari: abbiamo spesso considerato il nostro ufficio o la nostra scrivania un’estensione della nostra identità, potrebbe essere molto destabilizzante cancellarla di colpo. Terzo, in questa recente esperienza di “smart” working è venuta a mancare l’influenza delle aziende nel processo, hanno perso il ruolo di guida perché non c’erano convergenze e i rapporti erano solo virtuali. Quarto, assenza di feed-back; si è parlato tanto di valutazione della produttività del lavoro da casa, ma la valutazione è periodica, mentre il feed-back è più frequente e serve a guidare il lavoro. Da qui, urge intervenire sul tema del performance management” che, cambiando le modalità di prestazione del lavoro e anche di monitoraggio, va rivisto.

Carlo Gandini, Founder and CEO PVL – Co-founder GSV, fa un intervento provocatorio prendendo in prestito le considerazioni di Alessandro Baricco sul Post – Storie e idee del 17/9.
La logica è: prendete una barchetta e osservatene la chiglia. Quella è la parte che dice di più di una barca, la parte che sta sott’acqua. Il resto è estetica. La chiglia è fatta di fasciame di legno; bene, se la barchetta è un’azienda, il fasciame che tiene insieme la barca sono i collaboratori che si aggrappano a una specie di spina dorsale che va dalla prua al timone. Quella spina dorsale sono gli spazi fisici dell’azienda, che tengono insieme le persone, perché le persone vi si aggrappano riconoscendovi un senso comune. Meglio, il senso comune. “Per lavorare in questo mondo, in continuo movimento, serve occhio lungo ma capacità di attenzione al brevissimo. È una storia lunga almeno di 20 anni. Vuol dire che si possono fare tutte le sperimentazioni possibili, ma bisogna presidiare la dorsale del senso”.

Bruno Coppola, CEO BeP e anch’egli Co-founder GSV, chiude. “Secondo me lo smart working non è niente di nuovo. La destrutturazione del luogo di lavoro è cosa vecchia, iniziata con l’uso dei portatili e dei telefoni; ne scrissi nel 1985 a proposito delle missioni di Banca Mondiale. È che il mondo dei media e della comunicazione ogni tanto crea delle bolle…
E comunque è assurdo stupirsi che il processo di un cambiamento non sia lineare, che sia contraddittorio… altrimenti non sarebbe un cambiamento. Ricordo l’intervento di una consulente del cambiamento americana nel settembre 2001, lo ricordo ovviamente perché per gli USA quello era un mese molto difficile, la quale disse: il mondo ha dimensioni e velocità diverse. Se la dimensione tecnologica va, diciamo, a 10.000 km l’ora, quella del management va a 1.000, quella della cultura va a 100 e quella della legge a 10”. Ecco. Non abbiamo fretta, e tutto si sistemerà. Le contraddizioni a volte nascondono opportunità che sfuggono se si cerca l’ordine e le procedure. “Lo smartworking è solo un ingrediente dell’innovazione delle organizzazioni”.

Gli eventi sono gratuiti e accessibili al pubblico: in presenza con iscrizione a www.eventbrite.it/o/stati-generali-mondo-lavoro-31055707803, on line dai profili degli Stati Generali: www.youtube.com/channel/UCAO2a9caf2FuM-RHesKxosg e www.facebook.com/statigeneralimondolavoro.

Tre le sedi che ospiteranno gli incontri: il 27, 28 e 30 settembre l’appuntamento è al Salone d’Onore del Castello del Valentino (Viale Mattioli 39), il 29 settembre nelle sale del Competence Center – CIM 4.0 (Corso Luigi Settembrini 178) e il 1 ottobre all’interno della Casa delle Tecnologie Emergenti (Corso Unione Sovietica 214).

www.statigeneralimondolavoro.it