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SUICIDIO BIERMANN, LO PSICHIATRA: “CALCIATORI A RISCHIO DEPRESSIONE”

L’esperto psichiatra Michele Cucchi, Direttore sanitario del Centro Medico Santagostino di Milano, analizzando il tragico gesto del calciatore tedesco Andreas Biermann, trova delle affinità tra la vita quotidiana di ognuno e lo sport agonistico:

“La depressione a volte è proprio come una partita di calcio: nonostante l’impegno e la dedizione, anche se svolgiamo il nostro compito nel modo migliore e con buone intenzioni, a volte non si riesce proprio a vincere e superare le difficoltà che la vita ci presenta. Purtroppo esiste una dimensione imponderabile nella trasformazione dell’animo umano di una persona che entra in un episodio depressivo e nulla o nessuno può capire e capisce fino in fondo. Un insieme di incredibili sensi di colpa, fatto di pessimismo e dolore morale, come se tutto dicesse ‘Hai sbagliato, sei un fallito, un peso per tutti’, si affollano nella mente e, in ultima istanza, la morte può sembrare una doverosa soluzione. Purtroppo la scienza si ferma e fa un passo indietro ancora una volta davanti all’impressionante forza, a volte negativa, della mente umana”.
“Purtroppo non conta se nella vita, come nel calcio, siamo vincenti o perdenti – continua il dottor Cucchi – la depressione è una malattia che arriva in modo irrazionale e si abbatte sulla persona, chiunque essa sia. I fallimenti lavorativi, le crisi sentimentali e le sconfitte cocenti sul campo sono elementi che spingono a gesti estremi molte persone che non necessariamente sono depresse. Persone con grande senso di responsabilità, individui che faticano a vedere le vie di mezzo e s’identificano solo con il bianco o con il nero. Tutte queste situazioni possono meritare una presa in carico specialistica: i farmaci non sono la panacea ma nella vera malattia dell’umore sono necessari. Diverso è quello che si può e si deve fare nelle condizioni reattive alle difficoltà della vita; la disamina clinica è necessaria per capire bene se lo stress ha slatentizzato una malattia o se è un problema di adattamento. La situazione va tenuta sotto controllo, tutti i giocatori sono sottoporti a forte stress; la cura in questi ultimi casi consiste nel riuscire a vivere la fallibilità di noi esseri umani non come una sconfitta personale, ma come un rischio che tipicamente può correre chi si mette in gioco”.