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Varazze: ritorna l’allarme per l’estrazione del titanio sul Beigua

Varazze
Il monte Tariné all’interno del Parco del Beigua

Varazze: ritorna l’allarme per l’estrazione del titanio sul Beigua

Di Tiziano Franzi

L’Italia è a un bivio: salvaguardare dovunque e comunque la biodiversità di quel territorio che troppo a lungo abbiamo violentato, depredato, sfruttato senza alcun rispetto (e gli effetti di questa nostro insensato atteggiamento – nostro come umanità – sono ormai tangibili per tutti con gli eventi catastrofici provocati dal cambiamento climatico), oppure fare prevalere le ragioni dell’economia e del mercato, e continuare – anzi intensificare – lo sfruttamento delle risorse naturali.

E’ un problema che riguarda anche la nostra regione, e in particolare le zone compresa entro i confini del Parco regionale del Beigua – Geopark Unesco.

La Liguria, oltre a rame, grafite, manganese e barite, possiede il maggior giacimento italiano di titanio, a Piampaludo, più esattamente alle pendici del monte Tariné, all’interno del parco del Beigua, fra Genova e Savona. Oggi la produzione di questo minerale è in Russia, Cina e India ma si stima che nei monti liguri vi siano almeno 9 tonnellate di questo minerale, il che farebbe del giacimento del Beigua quello più grande e economicamente interessante al mondo.

La questione dello sfruttamento di tali giacimenti risale agli anni ’70 del secolo scorso, in forza di una concessione accordata nel 1976 ma poi congelata per le proteste degli ambientalisti e dei territori. Ci fu una sollevazione popolare, guidata dall’associazione culturale “U Campanin Russu” di Varazze che organizzò un convegno sull’argomento con la presenza dei maggiori esperti del settore.

Lo scorso anno erano partiti i sondaggi con l’uso del georadar (non invasivi, né scavi né trivellazioni) per quantificare con precisione la presenza del minerale nell’area. Da decenni quel tesoro nascosto fa gola; ma a maggio 2022 il Tar aveva comunque ribadito il divieto di attività estrattiva non soltanto nel territorio del Parco ma anche in quello della Zona speciale di conservazione (Zsc) contigua.

Ma la recente dichiarazione del governo “Entro fine anno si potrà riaprire le miniere” ha riproposto gli interrogativi sullo sfruttamento di giacimenti nel proprio territorio e in Liguria si riaccende il dibattito sulla miniera di titanio nel parco del Beigua. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha sostenuto che entro la fine dell’anno verrà definito l’intero quadro riguardante l’estrazione e la lavorazione delle materie prime critiche in Europa. Questo comprende la normativa europea, italiana e le potenzialità del territorio italiano. Una volta aggiornato il quadro normativo, si potrebbe aprire, quindi, una nuova pagina della storia della ricerca mineraria in Italia. Il vincolo di area protetta, infatti, ha fino ad oggi difeso il massiccio del Beigua da attività estrattive, ma presto potrebbe non bastare più: secondo quanto affermato dallo stesso Urso “Il governo italiano sta chiedendo all’Unione Europea di prevedere deroghe nel regolamento quando è in gioco l’interesse nazionale”. In altre parole, quindi, se il titanio dei monti liguri diventasse ‘strategico’ ogni attività estrattiva potrebbe trovare deroghe e porte aperte.

Fabrizio Fumanti, ricercatore del servizio geologico dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, spiega che ci sono «un migliaio di siti di minerali “critici”, in Calabria, Sardegna, nella fascia costiera tosco-campana, nell’arco alpino e in Liguria». La Liguria ha giacimenti di rame, grafite e barite oltre al titanio. Il gruppo coordinato da Fumanti deve anche definire i criteri per l’estrazione sostenibile, compito difficile specie in un parco come il Beigua.

«La miniera a cielo aperto è da escludere. Sarebbe troppo impattante. Se si vorrà andare avanti, occorrerà valutare soluzioni alternative. Esistono e sono percorribili». Per la sua resistenza e leggerezza, il titanio è usato nell’industria aerospaziale come in quella militare, oltre che nelle protesi, nelle fibre di vetro e negli elettrodi per la saldatura. «Rinunciarci potrebbe essere un peccato», ammette Fumanti. «Ma il suo sfruttamento dovrà avvenire, se avverrà, nel più efficace e nel più ecologico dei modi possibili».

Sebbene il titanio di per sé non abbia un impatto significativo per l’ambiente e la salute umana, le lavorazioni potrebbero innescare rischi correlati alla presenza di metalli potenzialmente eco-tossici (ad esempio cobalto, nichel, cromo, vanadio e zinco) e di minerali classificati come amianto. Il rischio amianto è in particolare significativo nei giacimenti associati a rocce ofiolitiche come le eclogiti del giacimento ligure di Piampaludo, che contengono asbesto.

Il principale problema dello sfruttamento dei giacimenti di titanio consiste proprio nel fatto che, finora nel mondo, esso è stato realizzato proprio con miniere “a cielo aperto”. Tale attività mineraria comporta inevitabilmente la produzione di enormi volumi di materiali sterili derivanti sia dalle operazioni di coltivazione del giacimento sia dalle varie fasi di arricchimento del minerale estratto. Sebbene attualmente la legislazione della gran parte delle nazioni preveda la progettazione di piani di risistemazione paesaggistica e di mitigazione/bonifica ambientale già in fase di richiesta della concessione, l’impatto delle attività minerarie rimane non trascurabile almeno per l’intera durata del ciclo produttivo.

Nonostante le considerevoli potenzialità economiche dei giacimenti di rutilo nelle eclogiti e il possibile interesse per alcuni sottoprodotti (byproduct raw materials) come i granati, ad oggi esiste soltanto una miniera attiva in questo tipo di rocce (a Daixian, Cina). Ciò è dovuto sia agli altissimi costi di estrazione in rocce dotate di durezza elevatissima, sia alle costose procedure di estrazione del minerale utile, che comportano la completa liberazione del minerale mediante macinazione fine e la sua successiva concentrazione in appositi impianti di flottazione.  A questi costi si aggiungono quelli correlati alla mitigazione del rischio ambientale e sanitario aggravati dalla presenza rilevante di anfiboli sodici classificati come amianto di crocidolite dalla normativa vigente.

“È impensabile ipotizzare una società indipendente dallo sfruttamento delle georisorse ma è sicuramente necessario e impellente raggiungere un equilibrio tra interessi economici e salvaguardia ambientale. In quest’ottica, la progettazione di attività estrattive molto impattanti in aree di rilevante significato ambientale e culturale rischia di generare una cascata di ricadute difficilmente risanabili. Nel caso analizzato in questo articolo, l’eccezionale patrimonio ambientale di geo- e biodiversità che caratterizza il territorio del Parco del Beigua, è noto e riconosciuto a scala nazionale ed internazionale. A fronte del potenziale impatto paesaggistico, naturalistico ed ambientale è auspicabile che qualunque ipotesi di apertura di attività estrattive, peraltro espressamente vietate dalla legge quadro nazionale sulle aree protette n. 394/1991, sia sottoposta ad un attento e rigoroso bilancio dei costi/benefici indotti, a breve e lungo termine, su un territorio fragile e straordinario come quello ligure.” (i*)
I tecnici affermano che “soluzioni alternative a quello dell’estrazione a cielo aperto sono possibili”, ma non sono state né illustrate né tantomeno documentate. Resta quindi molto forte e non infondato che si tratti di “parole al vento”.

Proprio quel vento che potrebbe alzare le polveri di risulta dell’estrazione, annullando la biodiversità non solo del Parco del Beigua, ma di una gran parte della Liguria centrale.