
Dodici gare vinte nel Mondiale della F1 sull’acqua. Tante quante, nella corrispettiva F1 a quattro ruote, sono riusciti a centrare l’italo-americano Mario Andretti, detto «Piedone», iridato nel 1978 con la Lotus, l’australiano Alan Jones campione nel 1980 con la Williams e l’argentino Carlos Reutemann, compagno proprio di Jones quando, nel 1981, ottenne il miglior piazzamento della carriera in campionato: secondo, alle spalle di Nelson Piquet.
Poi 149 presenze come quelle, per continuare l’irriverente paragone con le quattro ruote, che può vantare il francese René Arnoux, pilota amatissimo dai tifosi che può raccontare ai nipotini di aver gareggiato per tre delle scuderie più famose, quali Ligier, Renault e Ferrari. Bei nomi, che abbiamo tirato in ballo, prendendola proprio alla larga, perché, tra pochi giorni, lungo la Corniche di Doha, parte la trentunesima stagione del Mondiale motonautico di F1, da tre anni nelle mani del piacentino Alex Carella, che con i numeri di cui sopra, tira apertamente in ballo il milanese Francesco Cantando, pure lui pilota e costruttore tra i più amati e rispettati del Circo Blu.
Lui non ne ha mai fatto propaganda, ma quella dell’esordio stagionale in Qatar (13-15 marzo), sarà numericamente un traguardo da superare e festeggiare alla grande.
Il Franz, come si diceva, alla pari di Arnoux, adesso va per i 150! Centocinquanta volte in gara su un catamarano che, per difficoltà di guida, brividi e velocità, ha ben poco da invidiare alla «sorella» terrestre. E in bacheca, appunto, ci sono 12 vittorie: nella storia della F1 targata Uim, fin qui, solo in 4 hanno fatto meglio.
Centocinquanta, un bel traguardo! Ma lo sai che, visti i calendari delle ultime stagioni, per raggiungere Guido Cappellini, ti tocca restare in acqua per (quasi) altre quattro stagioni? Con 170 gettoni, è proprio lo Squalo l’unico pilota nella storia della F1 iridata che ha più presenze di te. Poi, se parliamo di colleghi che saranno di scena anche nella stagione 2014 che ormai sta per scattare, gli altri centenari sono Sami Selio (128 presenze), Duarte Benavente (123) e Thani Al Qamzi (105). Roba da sentirsi vecchi…
«Non mi sento vecchio, non so neppure se “compio” 150 presenze… Non ho mai amato celebrarmi o celebrare quello che faccio. Trovo del sano piacere nell’atto e non nel ricordo, e questo vale un po’ per tutto quello che faccio; per intenderci non ho foto delle mie vacanze o dei posti che ho visitato. Poi tornando al “traguardo” delle presenze di Guido, non sono quelle la mia motivazione per continuare. Lo dico un po’ amaramente, ma non credo sia importante tanto quello che la gente ricorda di te, ma semmai quello che tu stesso ricordi. Io ogni volta che mi guardo allo specchio ho dei bei ricordi puliti. Tanto mi basta».
Esordio in F1, ci dicono appunti quasi ingialliti nascosti in un cassetto (impossibile verificare sul sito che segue il Mondiale…), a fine agosto del 1996 a Wuxi, in Cina, con il numero 18 sulla livrea gialloblù di una barca che apparteneva a Fabrizio Bocca. Non ricordiamo neppure il piazzamento: come andò?
«A Wuxi naque un amore. Arrivai ultimo (credo), anche perché il commissario di quella gara, Cees Van der Velden, mi fece partire ultimo e con cinque secondi di ritardo (mi disse che ero troppo giovane per la F1), ma la sensazione di fare parte di qualche cosa di bello ha ripagato in gran parte tutto il tempo che ho dedicato a questo sport».
Il debutto, per uno che comunque già gareggiava da anni (la perla a livello giovanile nel 1993: doppietta europea e mondiale nella T400) era praticamente una cosa da predestinato. Una decisione, ovviamente, nata e decisa in famiglia con papà Franco, ma come avvenne di fatto? Con un catamarano non tuo, poi…
«Il debutto avvenne in modo abbastanza accidentale e non premeditato. In sostanza Fabrizio Bocca aveva bisogno di un compagno di squadra e io ero piuttosto attivo in quel periodo, tra T850, S850, F3… Così ha contattato mio padre che, come sappiamo tutti, è un entusiasta nato, e come un po’ per tutte le cose della mia vita, mi ci sono trovato dentro senza che il momento fosse quello giusto».
Primi punti iridati, il 13 dicembre, solo tre gare dopo, ad Abu Dhabi, l’ottava gara della stagione (sulle nove in programma!) vinta da Guido Cappellini. Festeggiati come, quei quattro punticini?
«Quei quattro punticini sono stati la mia condanna a vita. Quel giorno c’era tutto l’entourage della Singha Beer che aveva i due piloti che non riuscivano a combinare un granché. Dopo la gara disputata con il mio nuovo Team appena comprato dalla famiglia Cabrini, mi hanno assunto nel loro. Risultato: dal non sapere se cominciare seriamente la F1, mi sono trovato a dovere gestire due Team…».
La prima vittoria, quella del 23 luglio 2000 nell’inedita Poznan, su Fabio Comparato e Jonathan Jones, però te la sarai goduta! Lì hai capito che saresti diventato un campione o la cosa la davi per scontata?
«Poznan… Non so se sono un campione, bisognerebbe capire che cosa significa. Se essere un campione vuol dire vincere, direi che un campione è Guido; lo sono Scott, Jonathan, Alex. Non io. Poznan per me ha voluto dire tanto. Vincere quella gara mi ha dimostrato che non c’è obbiettivo che non si possa raggiungere lavorando sodo e in modo pulito».
Tra quel luglio 2000 e il marzo 2004, a Mumbai, sono arrivate 10 delle tue 12 vittorie (a cui bisogna poi aggiungere la match races di Seul, poi depennate dalla storia del Mondiale): il tuo periodo d’oro…
«Non è stato il mio periodo d’oro. E’ stato il periodo d’oro della F1. Nel 2000 c’è stata la prima gara con i nuovi motori 2500 che, ad eccezione del solito Guido Cappellini, sono stati addirittura consegnati sul campo gara. Hanno azzerato tutta l’esperienza motoristica e tutti i “trucchi” usati fino a quel momento. Da li a qualche anno la motonautica è stata territorio vergine dove contava veramente poco il mezzo perché erano pressappoco tutti uguali. Poi appena c’è stato il tempo di riorganizzarsi… La mia soddisfazione personale, comunque, è che, in quella gara, sono arrivato secondo proprio dietro a Guido».
Per ben tre volte hai concluso il Mondiale in seconda posizione: nella stagione 2000 con due punti di distacco da Scott Gillman (143 contro 141), nel 2001 a tre punti da Guido Cappellini (119 contro 116), mentre nel 2004 ancora Gillman, sei gare vinte su dieci in stagione dal biondo americano ora diventato praticamente italiano non solo per matrimonio, si impose senza problemi (144 punti contro i tuoi 95). Nelle prime due occasioni, dove hai perso il titolo? Oppure, rovesciando il discorso, dove avresti potuto vincerlo? Personalmente un’idea ce l’avremmo: senza l’aiuto «esterno» dell’Osprey nella gara di Como, il buon Scott non avrebbe potuto (e dovuto?) vincere l’alloro iridato del 2000. Se guardiamo al risultato di quella prova vinta da Cappellini (20 punti) proprio davanti a Scott (15 punti) e a te (12 punti), si può solo dire che la storia iridata, a fine stagione, avrebbe dovuto essere diversa. Solo un nostro cattivo pensiero?
«Como nel 2000 è stata la gara in cui ho capito che il nostro sport non vale nulla. Sembrerà retorico, ma quell’anno ho realizzato che vincere non è una questione di arrivare primo».
In bacheca, però, ti restano sempre dodici vittorie; meglio, sinora, hanno saputo fare solo l’inarrivabile Cappellini (62), Gillman (23), Renato Molinari (18) e Jonathan Jones (13), mentre hai pareggiato i conti con Sami Selio. Qual è il successo che ricordi con maggior piacere, e perché?
«Non lo so, non ho una gara che mi è piaciuta più di un’altra. A dire la verità, mi piace lavorare con quel che ho. Mi spiego meglio. Se ho la barca per fare il settimo, cadesse il mondo, voglio fare almeno il sesto. Mi ci metto al 110%».
Tra campioni del passato e quelli del presente. Anzi, quello del presente. C’è qualcosa che ti stupisce nei tre successi consecutivi di Alex Carella? Hai qualcosa da invidiargli?
«Perchè dovrei essere stupito? La giusta dose di fortuna, mezzi appropriati, nessun pensiero… Sarei stupito del contrario. Non lo invidio però. Finchè serve è lì. Poi?».
La presenza costante al tuo fianco di un papà con un passato da agonista vincente proprio nel tuo sport, è un aiuto o un… ingombro?
«Mio padre è la persona nella mia vita che più si addice al significato di ingombrante. E’ arrivato tardi, quando ero già grandicello; poi, come dice mia moglie, si è dimenticato di tagliare il cordone ombelicale, cerca di monopolizzarmi la vita e anche quando non lo vuole ci riesce lo stesso. Detto questo , guai se non ci fosse. E’ la parte di me non impulsiva, quella che quando sento di fare qualche cosa mi frena e che quando non ne ho nessuna intenzione mi ci butta dentro… Per fortuna che c’è. Gli voglio molto bene e la motonautica è stata sempre un bel collante di questo travagliato rapporto».
La famiglia, non solo quando fai sport, è ed è sempre stata al centro di tutto il tuo mondo. Un po’ come il tuo Team, quasi una cosa «sacra» se ci concedi la definizione. Anche quella vendita ai Ferretti andò a monte per questo…
«Sarò un po’ retrò, ma se colleghi sport con business non vai lontano…».
Una cattiveria (personale). Possiamo capire tutto l’attaccamento al tuo gruppo, ma non pensi (un pochettino) che questo chiudersi a riccio su te stesso e attorno ai tuoi uomini possa anche essere diventato un «difetto»? E le virgolette, intendiamoci, stavolta servono proprio…
«Il mio gruppo è il mio difetto più grande, quello che più mi rappresenta (ne ho tanti). Però il mio gruppo è il mio datore di lavoro, senza di loro io non avrei potuto neppure salire sul T400. Figuriamoci il F1. Non mi piace cambiare gli uomini, non mi piacciono gli uomini che cambiano team. Mi piacciono le persone che con me fanno progetti a lungo termine, con serietà. Io so essere serio e dare serietà in prima persona. A volte capita che le persone poi decidano di prendere strade diverse, ma raramente rimangono nel nostro ambiente. Cambiano perché cercano qualcosa di diverso».
Da pilota a (anche) costruttore: perché?
«Costruttore per esigenza. Da me il doping sportivo dei motori non è mai arrivato. Quindi, o trovavo un modo per risparmiare, oppure dovevo rinunciare a correre. Mi sono “inventato” un low cost della motonautica. Non te lo puoi permettere? Fattelo da te! e così partendo dal team (Fabrizio era decisamente costoso), passando dalla barca (Guido è più caro di Fabrizio) e arrivando all’impianto elettrico (anche D’Alessio è caro), mi faccio tutto da me. O così o niente. Non è una scelta».
Torniamo ai giorni nostri. Cosa vuoi fare da grande? Hai già pensato al momento in cui attaccherai il casco al chiodo? E quando arriverà, chi ringrazierai per primo?
«Quest’anno compio 40 anni, non so per quanto continuerò ancora. Finché riesco a trovare “la quadra” e mi diverto lo farò. Poi si vedrà. Ho già in progetto qualcosa per i giovani. Siamo in questo momento uno sport morente e me ne dispiaccio. Mi piacerebbe contribuire perché questo non si verifichi. E per adesso il futuro comincia con una nuova avventura (tutta in salita…), grazie al marchio Motorglass.it, con cui, lo scorso dicembre, abbiamo vissuto la bella avventura della Nations Cup ad Abu Dhabi».
-Due figli maschi: vorresti che almeno uno dei due, prima o poi, intraprendesse la tua carriera in motonautica, rischi compresi?
«Ho due figli maschi, ma vedrei bene in barca solo Chiara, la mia principessa. Comunque, battute a parte, la risposta è no. Non vorrei vedere nessuno in barca. Non ne vale la pena. Facciamo tanto rumore per nulla».
Giovedì si comincia con le libere non ufficiali, venerdì cronometrate e pole, sabato la gara, senza gli uomini del Team Abu Dhabi (Thani Al Qamzi e Ahmed Al Hameli) bloccati in patria dal proprio governo in seguito alla crisi diplomatica per la quale sei Paesi del Golfo hanno ritirato i loro ambasciatori dal Qatar. (Massimo Ciuchi)







