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IL NODO è il nuovo libro di Seth Godin

Seth Godin
IL NODO di Seth Godin (ROI Edizioni)

IL NODO è il nuovo libro di Seth Godin: i problemi si possono risolvere ma prima dobbiamo capire cosa ci tiene fermi.

Vogliamo introdurre l’intelligenza artificiale, ma senza modificare ruoli, processi e competenze. Vogliamo che le persone tornino in ufficio, ma anche che si sentano autonome e responsabilizzate. Chiediamo ai dipendenti di innovare, purché non commettano errori. Desideriamo cambiare lavoro, ma senza rinunciare alla sicurezza conquistata. Vogliamo che un prodotto si distingua, ma anche che piaccia a tutti. E se il vero problema non fosse trovare una soluzione, ma capire che cosa ci tiene bloccati?

È da questa domanda che parte SETH GODIN, autore di bestseller internazionali come La mucca viola, Questo è il marketing e Tribù, nel suo nuovo libro IL NODO – I PROBLEMI SI POSSONO RISOLVERE, edito in Italia da ROI Edizioni. Godin indaga quelle contraddizioni che trasformano problemi risolvibili in situazioni apparentemente impossibili. Perché spesso non restiamo fermi per mancanza di talento, risorse o idee. Restiamo fermi perché pretendiamo di ottenere contemporaneamente due risultati incompatibili. Perché scambiamo abitudini e convenzioni per limiti insuperabili. Perché continuiamo a tirare le corde del problema senza accorgerci di ciò che mantiene stretto il nodo.

IL NODO GORDIANO E IL PERNO CHE NESSUNO VEDE

Godin parte da una delle immagini più potenti del libro: la leggenda del nodo gordiano. Duemilacinquecento anni fa, il giovane Alessandro Magno giunse in una città dell’Anatolia Centrale e si trovò davanti a un carro legato a un palo attraverso un nodo tanto intricato che nessuno era mai riuscito a scioglierlo. La leggenda prometteva un grande destino a chi fosse riuscito nell’impresa. Alessandro, però, non si accanì sulle corde. Osservò il carro e si domandò che cosa ci facesse lì il perno centrale. Una volta rimosso, gli intrecci si rivelarono e il nodo poté essere sciolto. “Il perno non faceva parte del nodo, ma finché rimaneva al centro, non c’era modo di scioglierlo”, scrive Godin.

È ciò che accade continuamente nei progetti, nelle aziende e nelle nostre scelte. Davanti a un problema tendiamo a intervenire sulle sue parti più visibili, senza individuare l’elemento che tiene insieme il groviglio: una paura, un interesse, una procedura, un ruolo, una reputazione da proteggere, una convinzione mai messa in discussione. “I grovigli più intricati non sembrano trappole. Sembrano fatti”, osserva Godin. Ed è proprio questo a renderli così difficili da riconoscere: con il tempo smettiamo di considerarli scelte e iniziamo a percepirli come realtà immutabili.

IL PROBLEMA NON È NON POTER SCEGLIERE. È RIFIUTARSI DI FARLO

Per raccontare un altro dei meccanismi che ci tengono fermi, Godin richiama il paradosso dell’asino di Buridano. L’animale si trova esattamente a metà strada tra un mucchio di carote e un secchio d’acqua. Ha fame e sete ma, incapace di scegliere in quale direzione andare, rimane immobile. “L’asino non muore di fame perché non riesce a scegliere. Muore di fame perché si rifiuta di farlo.” È quello che accade quando vogliamo innovare senza cambiare, agire rapidamente senza rischiare di sbagliare, avviare un’impresa senza mettere in pericolo i nostri risparmi o intraprendere una nuova carriera senza abbandonare quella precedente.

Godin individua questa contraddizione persino nel linguaggio. La parola “e” indica un impegno: voglio correre una maratona e sono disposto a stancarmi. Il “ma”, invece, può rivelare il groviglio: voglio correre una maratona, ma non voglio stancarmi. La seconda parte della frase annulla la prima. E un obiettivo si trasforma così in un desiderio al quale abbiamo sottratto le condizioni necessarie per realizzarlo.

NON TUTTO CIÒ CHE SEMBRA IMPOSSIBILE LO È DAVVERO

Una delle distinzioni centrali di Il nodo è quella tra problemi, situazioni e vincoli. Un problema è la distanza tra il punto in cui ci troviamo e quello in cui vogliamo arrivare, quando quella distanza può essere colmata attraverso risorse, informazioni e azioni. Una situazione, invece, è una condizione che non può essere modificata e che dobbiamo imparare ad accettare. La gravità è una situazione: non possiamo eliminarla, ma possiamo progettare tenendone conto. Poi ci sono i vincoli: il tempo, il budget, le leggi della fisica. Limiti reali che, anziché ostacolare necessariamente la creatività, possono aiutarci a concentrare le energie su ciò che è davvero possibile.

I vincoli sono un dono, sostiene Godin, ma esistono anche i falsi vincoli: limiti che sembrano inevitabili soltanto perché derivano da consuetudini, sistemi superati o modi di pensare che nessuno ha più provato a mettere in discussione. Ed è qui che si gioca una delle sfide decisive del libro: distinguere ciò che non può essere cambiato da ciò che, semplicemente, nessuno ha ancora provato a cambiare. Quando un falso vincolo viene eliminato, quella che sembrava una situazione irrisolvibile può tornare a essere un problema. E i problemi possono essere risolti.

PRIMA DELLA SOLUZIONE C’È UNA DOMANDA: A COSA SERVE DAVVERO?

Per trovare il perno, sostiene Godin, bisogna innanzitutto chiarire lo scopo. Non una missione astratta o uno slogan, ma il cambiamento concreto che vogliamo generare. Per chi stiamo facendo questo? A cosa serve? Che cosa vogliamo davvero cambiare? Se lo scopo non è chiaro e condiviso, anche la soluzione più sofisticata rischia di aumentare il disordine. Lo scopo diventa così una bussola: permette di capire quali risultati misurare, quali compromessi accettare e, soprattutto, che cosa possiamo eliminare.

DAI MILKSHAKE DI McDONALD’S AI CACCIA MILITARI: LE SOLUZIONI ARRIVANO QUANDO TROVIAMO IL PROBLEMA GIUSTO

Per dimostrarlo, Godin attraversa storie e casi diversissimi tra loro. Racconta come McDonald’s cercò inutilmente di aumentare le vendite dei propri milkshake modificandone gusto e consistenza, prima che Clayton Christensen scoprisse qualcosa di sorprendente: molti clienti del mattino li “assumevano” per svolgere un compito preciso, rendere meno noioso il tragitto in automobile e arrivare sazi all’ora di pranzo. Il vero concorrente del milkshake, quindi, non era un altro milkshake. Era una banana, un bagel o un caffè.

Nel 1943, invece, Kelly Johnson riuscì a consegnare alla Lockheed il primo caccia a reazione americano in appena 143 giorni. Non perché avesse risorse illimitate, ma perché individuò il vero ostacolo: comitati, catene di approvazione e ispezioni ridondanti. Ridusse il gruppo di lavoro a ventitré ingegneri e riprogettò il sistema intorno allo scopo. In India, l’Aravind Eye Hospital ha restituito la vista a milioni di persone ripensando completamente gli interventi di cataratta ed eliminando tutto ciò che non contribuiva direttamente alla cura del paziente. E nella lotta alla tubercolosi resistente ai farmaci, Jim Yong Kim riuscì a sbloccare lo stallo tra OMS, governi e aziende farmaceutiche creando un sistema di certificazione capace di rispondere alle esigenze di ciascuno: nel giro di due anni, il costo delle terapie diminuì di oltre il 95 per cento.

Storie lontanissime tra loro, che conducono tutte alla stessa intuizione: un problema non persiste sempre perché manca una soluzione. A volte persiste perché stiamo cercando di risolvere il problema sbagliato. Una procedura. Un incentivo. Un interesse. Una convinzione. Una paura. È quello il perno. E Il nodo insegna a cercarlo: dare un nome al problema, osservare i sistemi che lo mantengono in vita, riconoscere i grovigli, accettare i vincoli reali, eliminare quelli falsi, chiarire lo scopo, progettare con empatia e infine portare la soluzione nel mondo.

Perché sciogliere il nodo non significa rendere il cambiamento facile, immediato o privo di conseguenze. Significa smettere di confondere ciò che è davvero impossibile con ciò che abbiamo semplicemente smesso di mettere in discussione.

“Date un nome alla vostra zavorra, liberatevene e condividete ciò che avete creato.”

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