Il Don Giovanni con la firma registica di Damiano Michieletto vide la prima apparizione nel lontano maggio 2010 alla Fenice di Venezia. Il capolavoro di Mozar invece è tornato a Genova, al Teatro Carlo Felice dopo nove anni, quando venne sul palcoscenico genovese con la regia di Rosetta Cucchi.
Due allestimenti completamente diversi in quanto mentre quello della Cucchi ci aveva piuttosto destabilizzati essendo ambientato nella New York anni Ottanta, quello di Michieletto pone il libertino in una villa fine ‘700 dalle tappezzerie consumate, dominata da luci opache, che proiettano lunghe ombre. Una struttura scenica circolare, che col suo movimento perpetuo crea un clima ossessivo ed angosciante.

Anche il regista Joseph Losey, nel suo capolavoro cinematografico, usò le ville venete del Palladio per ambientare l’opera e, giocando con la telecamera, fa girare lo spettatore all’interno di queste quasi rincorrendo i protagonisti . Forse Michieletto ne ha preso spunto facendo anche lui entrare ed uscire i protagonisti dalle porte quasi rincorrendosi, ma Losey, sfruttando anche gli esterni, dà quell’ariosità alla vicenda che Michieletto non vuole (o non riesce) a dare sacrificando così gli importanti scenari voluti da Mozart come il matrimonio campestre fra Zerlina e Masetto.
Don Giovanni, come sappiamo tutti è una figura leggendaria, un archetipo letterario nato in Spagna nel XVII secolo, non è mai esistito realmente, ma incarna il seduttore senza scrupoli, l’ingannatore e l’ateo che sfida le convenzioni e le leggi divine e umane. Il suo mito reso celebre in primis da Tirso de Molina ne Il convitato di pietra e poi da Moliere nel Don Giovanni o Il convitato di pietra, ha raggiunto la sua massima celebrità con l’opera di Mozart. Don Giovanni è macchiavellico in ogni sua azione e il macchiavellismo lo applica all’ambito erotico. Con Mozart Don Giovanni ha una svolta nella storia della tradizione mitica. Dopo il trattamento di Mozart e Da Ponte, il mito di Don Giovanni secondo l’eredità sei-settecentesca subisce una vera e propria mutazione genetica.

Il ritorno al “quotidiano” dopo il terribile coro degli spiriti (“Tutto a tue colpe è poco. / Vieni: c’è un mal peggior!”) è tutto fuorché un happy end. Dopo lo scontro col Commendatore( che nella visione di Michieletto non è una statua), Don Giovanni è sì condannato, ma il suo fascino rimane intatto e, paradossalmente, è un fascino “positivo”. E questa ambivalenza (o ambiguità), molto esplicita in questa regia, sembra non poter trovare soluzione. L’opera si compie senza catarsi.
Quello di Don Giovanni è un mondo dominato dalla violenza e dall’oppressione psicologica, una decadenza di valori e di punti di riferimento. La sua forza vitale però “risucchia” l’energia degli altri personaggi e nella visione di Michieletto lo fa anche gestualmente: Il libertino sembra un mago quando con la mano muove i fili dei personaggi che inevitabilmente, pur provando orrore per lui e le sue malefatte, ne sono comunque attratti, sia donne che uomini. Lui, è fisicamente presente in scena anche quando non canta e vede, ascolta e trama.
Le donne da lui sedotte lo immaginano con loro anche quando sono coi propri mariti: lo sogna Anna al posto di un Ottavio debole e stizzoso, un vuoto guscio difeso esclusivamente dall’onore delle convenzioni , lo sogna Zerlina quando parla d’amore a Masetto, ma le sue parole e isuoi pensieri non sono per il marito del quale sembra avere addirittura disgusto quando la approccia, lo soga Donna Elvira che, malgrado il suo rancore, è sempre pronta a perdonarlo e ad accoglierlo.

Tra i cambiamenti più significativi introdotti da Mozart e Da Ponte c’è il grande risalto dato alla componente tragica che viene richiamata già nell’attacco dell’ouverture, in cui si anticipa, appunto, il tema e la tonalità (re minore) che accompagneranno la terrificante entrata del Commendatore nel Finale dell’opera. Tutto ciò è stato evidenziato in maniera magistrale dal direttore Constatin Trinks, grande conoscitore di Mozart che ha saputo guidare l’orchestra del tearo genovese suonando anche personalmente il forte piano nei recitativi.
Qualche riserva la si è avuta sui cantanti il cui cast era previsto per Der Ferne Klang di Franz Schrecker, opera poi sostituita con il più accessibile Don Giovanni mozartiano. Ha padroneggiato comunque il suo personaggio Simone Alberghini in Don Giovanni (interpretato alla prima dell’opera di Michieletto alla Fenice nel 2010), voce tonante quella di Giulio Mastrototaro in Leporello, graziosa e avvincente la Zerlina di Chiara Maria Fiorani e ottimo il Commendatore di Mattia Denti.
Una prima che ha registrato il teatro pieno grazie anche alla convenzione con le varie scuole dalle primarie a quelle di alto grado che hanno risposto più che positivamente all’iniziativa del Carlo Felice. Viene da chiedersi se le scene più piccanti (che non sono poche e forti) dell’ultimo atto si conciliassero con quanto sarebbe giusto vedano i bambini, ma considerando quello che offre il panorama odierno dei social sarebbe fuori luogo scandalizzarsi.
Lo spettacolo sarà in scena fino a domenica 12 ottobre(ore 15). Francesca Camponero







