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Afghanistan: la verità sulle missioni italiane nei libri di Mursia

Mursia
Ferita afghana - Maurizio Piccirilli

Lasciamo che a rispondere a Trump siano i libri. Come dice Tony Capuozzo nella prefazione a Ring Road (Mursia) ma che si adatta perfettamente anche agli altri titoli citati qui di seguito, prendete questi libri “…come la guida asciutta per conoscere uomini di poche parole che fanno molto per il loro Paese lontano in un Paese cui si capisce si sono affezionati, e lo fanno per amore di bandiera e dell’umanità, ma senza sbandierarlo.”

Ma quali truppe alleate rimaste nelle retrovie, a prova dell’impegno in prima linea dei nostri soldati nelle missioni i documenti, i numeri e le testimonianze di chi in Afghanistan c’è stato davvero. Ecco alcuni estratti dai titoli pubblicati nella collana Testimonianze fra cronaca e storia dalla casa editrice Mursia che fugano ogni dubbio:

Da Ferita Afghana. Storie di soldati italiani in dieci anni di missione di Maurizio Piccirilli:

«(…) «Grazie» in Afghanistan si dice in molti modi. Sta na shukria in lingua pashtun delle province orientali e del sud. Tashakkor in quelle occidentali più vicine all’Iran. In gran parte del Paese Maninah è il vocabolo usato per ringraziare. (…) L’Italia oggi si muove in base a quanto deliberato dall’Onu dopo gli attentati dell’11 settembre 2001. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha autorizzato, con la risoluzione n. 1386 del 2001, il dispiegamento nella città di Kabul e nelle aree limitrofe della International Security Assistance Force (Isaf). L’Isaf prevede una missione guida responsabile della direzione politico-strategica e si connota come una missione di stabilizzazione e sicurezza, quindi diversa e nettamente separata da Enduring Freedom. L’Italia è una delle sette nazioni della Nato costitutive di Isaf. L’esercito italiano ha partecipato sulla linea di fuoco a Enduring Freedom e alle missioni Nibbio 1 e 2 dislocate nella regione orientale dell’Afghanistan con capoluogo Khost. (…)

. (…) ANSA, Roma, 26 settembre 2006 – Attentato contro i militari italiani a Kabul, rivendicato dai taleban. Un morto e cinque feriti, di cui due in gravi condizioni. . (…) ANSA, Roma, 25 luglio 2009 – Attacco suicida poco fa contro una pattuglia di militari italiani in Afghanistan: quattro i feriti, tutti in modo non grave. . (…) ANSA, Roma, 24 settembre 2009 – Una battaglia cruenta, con l’intervento di due cacciabombardieri A10 e numerosi morti, si parla di una decina, tra i talebani. Due parà della Folgore sono rimasti feriti. . (…) ANSA, Roma, 16 luglio 2010 – Tre militari italiani sono rimasti feriti in uno scontro a fuoco avvenuto oggi nell’ovest dell’Afghanistan. . (…) ANSA, Roma, 9 ottobre 2010 – Sono quattro i militari italiani uccisi stamani in Afghanistan in un attacco nel distretto di Gulistan, a circa 200 chilometri a est di Farah, al confine con l’Helmand. Gravemente ferito un altro soldato. I cinque militari si trovavano a bordo di un blindato Lince di scorta a un convoglio di 70 camion. . (…) ANSA, Herat (Afghanistan), 17 settembre 2010 – Due operatori delle forze speciali italiane sono rimasti feriti oggi. . (…) ANSA, Roma, 28 febbraio 2011 – Un militare italiano è morto e altri quattro sono rimasti feriti nell’ovest dell’Afghanistan. . (…) ANSA, Roma, 30 maggio 2011 – Sarebbero quindici gli italiani feriti nell’attacco da parte di insorti contro la base del Prt (Team di ricostruzione provinciale) italiano di Herat, che si trova nel centro della città. . (…) ANSA – Roma, 23 settembre 2011 – Un militare italiano è rimasto ferito a Bala Murghab, in Afghanistan. . (…) ANSA, Roma, 24 marzo 2012 – Un militare italiano è morto oggi in un attacco a colpi di mortaio in Afghanistan. Lo si è appreso da fonti della Difesa. Altri 5 militari italiani sono rimasti feriti . (…) »

 

Mursia
Ring Road – Mario Renna

Da Ring Road. Sei mesi con gli alpini in Afghanistan di Mario Renna:

«(…) Questo libro è il resoconto scritto sotto forma di diario dei sei mesi di missione passati dagli alpini della brigata «Taurinense» nell’Afghanistan occidentale tra aprile e ottobre del 2010. (…) Il titolo, infine: Ring Road perché è lungo questa strada ad anello di quasi tremila chilometri che operano i nostri militari, e perché si tratta del filo conduttore fisico che lega tutte le regioni e le città dell’Afghanistan. (…) Milleottocento alpini e alpine che fanno parte di tutti i reggimenti della brigata – 2° di Cuneo, 3° di Pinerolo, 9° dell’Aquila, 1° da montagna di Fossano e 32° genio di Torino – costituiranno per i prossimi sei mesi l’ossatura del comando regionale ovest di ISAF, forte di settemila militari di undici Paesi. Gli italiani saranno in tutto circa quattromila, la maggior parte dei quali forniti dall’Esercito, con contributi dell’Aeronautica, dei Carabinieri, della Marina e della Guardia di Finanza. (…) L’area di operazioni copre circa 150.000 chilometri quadrati. (…) Come declineremo noi alpini la missione in Afghanistan… Continuando lo sforzo dei nostri predecessori: pattuglieremo il territorio insieme all’esercito afgano, addestreremo le reclute delle giovani forze di sicurezza locali e sosterremo lo sviluppo nelle aree più remote e perciò meno sicure, contrastando la minaccia armata di chi si oppone al governo legittimo di Kabul. Una minaccia infida che si manifesta sotto forma di ordigni rudimentali – realizzati artigianalmente con esplosivo ricavato da vecchi residuati bellici e attivati a distanza o meccanicamente – che mietono vittime soprattutto tra la popolazione civile (oltre il 60% del totale). Per quattro mesi ci siamo addestrati tutti quanti, dal generale comandante al più giovane degli alpini, a riconoscere gli IED, a muovere con il Lince, i blindati soprannominati a ragione San Lince dalla truppa per aver salvato più di una vita, a tirare di precisione e a prestare il primo soccorso. Mesi trascorsi senza rinunciare alle marce in montagna – anche se l’estate afghana sarà torrida, tanto per abituarsi a trascorrere ore e ore fuori dalla base, senza riparo, senza ombra, senza conforto. Abbiamo imparato anche a conoscere gli usi e i costumi locali, perché l’ormai proverbiale riguardo dei militari italiani nei confronti della popolazione civile non è solo innato, ma è anche coltivato. La protezione della popolazione civile sarà il filo conduttore della missione. Protezione non significherà soltanto provvedere all’incolumità fisica, ma anche provvedere ai bisogni più urgenti: l’istruzione (l’alfabetizzazione è in crescita ma attualmente solo un afgano su cinque legge e scrive correttamente), la salute (l’aspettativa di vita è di soli quarantatré anni), le comunicazioni da una valle all’altra, che sono difficili e ostacolano l’economia ma anche la conoscenza e le relazioni.(…) »

 

Mursia
La Patria chiamò – Luca Barisonzi

Da La Patria Chiamò di Luca Barisonzi, a cura di Paola Chiesa:

«(…) Afghanistan, terra che per noi alpini in armi rappresenta l’ambiente attuale in cui dare prova concreta delle nostre capacità, delle nostre unanimemente apprezzate qualità di storico Corpo dell’Esercito Italiano e che mette a dura prova le membra e la psiche. Qui, in questo deserto lontano migliaia di chilometri, nasce la storia di Luca. Un ragazzo come tanti, un alpino come pochi.(…) Grazie al generale di Brigata Camillo de Milato, comandante del Comando Militare Esercito Lombardia, ho avuto la possibilità di conoscere un Alpino altrettanto eccezionale: il caporal maggiore Luca Barisonzi, ferito gravemente in Afghanistan il 18 gennaio 2011 e ricoverato al Reparto Unità Spinale del Niguarda di Milano dal 7 febbraio all’ottobre del 2011, per poi essere trasferito in un centro di riabilitazione in Svizzera (…). (…) riviveva quei momenti. Trascorsi non in Russia ma in Afghanistan. Ricordava il caporal maggiore capo Luca Sanna, ferito mortalmente il 18 gennaio 2011. Ricordava tutti gli altri suoi compagni. Compagni che ho conosciuto in ospedale, sempre al suo fianco. Ricordava il rapporto con la popolazione afghana, in particolare quello speciale instaurato con i bambini. Ogni parola non era mai scontata ma carica di emozioni. Emozioni proprie di chi è partito per servire la Patria lasciando in Italia gli affetti più cari. Consapevole dei rischi ma certo che, quella, fosse la strada giusta da percorrere. La missione era vista da Luca come un passaggio quasi obbligato per chi, come lui, aveva scelto la divisa. Una divisa che non ha mai abbandonato “Si è alpini per tutta la vita”, mi disse, “non esistono ex alpini. Chi è stato alpino lo sarà per sempre”. E Luca lo sarà per sempre. Davvero per sempre. In lui ho riscontrato valori come senso del dovere, altruismo, spirito di pace, solidarietà, lealtà, generosità, coraggio, amore per i sani piaceri della vita. Valori ben radicati nell’animo di tutti gli Alpini. (…)

(…) Come al solito. Avevamo appena «soffiato» le armi per pulirle quando dalla parte destra dell’OP dove si trovavano i soldati afghani si avvicina uno di loro… Nessuno si era insospettito proprio perché la loro presenza era normale. L’avamposto era infatti composto da due strutture fortificate, una occupata da noi, dai militari italiani, e l’altra da quelli afghani, entrambe circondate da filo spinato. Io non l’avevo mai visto. Non ero mai stato da loro, ma i miei compagni sì. Avevano avuto contatti. Era salito sull’OP già altre volte. Si avvicinava sempre di più e, per un paio di secondi, ricordo che aveva osservato cosa stavamo facendo io e Luca in quel momento. Lo guardo. Mi avvicino anch’io. Gli chiedo se ha bisogno di qualcosa, ma lui fa cenno con la testa come di non capire. Mi avvicino ancora un po’ e gli chiedo se deve pulire l’arma perché la tiene in mano. Fa cenno di sì. Gli chiedo, quindi, di avvicinarsi ancora di più. Mi accorgo, in quel momento, che ha il caricatore inserito. Ma anche questo è normale. Non mi preoccupo. Gli dico che per pulire l’arma deve togliere il caricatore. Fa cenno, nuovamente, di non capire. Ripeto che deve togliere il caricatore per pulirla. A quel punto alza l’arma velocemente e mi spara il primo colpo. Credo sia il colpo che mi ha perforato il polmone. Cado in ginocchio e lui spara subito il secondo colpo. È stato velocissimo. A quel punto sono caduto a terra. Ricordo, anzi, ho la sensazione di ricordare ancora il tonfo del mio corpo che cade per terra. La luce del sole, pur essendo gennaio, era intensissima. Sembrava cuocermi. Ho sentito altri spari. Non capivo bene cosa stesse accadendo dietro di me. Ricordo le urla dei miei compagni: «Luca, Luca…», dicevano. «Dov’è? Dov’è andato? Dov’è andato?» Continuavano a chiamare, a urlare: «Luca, Luca… Dov’è? Dov’è andato? È di lì. Spara! Spara!». Ho sentito altri colpi di arma da fuoco. Ero cosciente. (…)»

 

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Missione in Afghanistan – Edoardo Crainz

Senza dimenticare Missione in Afghanistan. Diario di un medico paracadutista della “Folgore” di Edoardo Crainz che racconta in prima persona l’esperienza durante la missione Nibbio 2 in Afghanistan nel 2003, al seguito del 187° reggimento paracadutisti della Folgore. Attraverso un diario essenziale e senza abbellimenti, l’autore descrive la vita quotidiana nella provincia di Paktia, tra condizioni estreme, violenza diffusa e un senso del dovere costantemente messo alla prova. Il tono è duro, scarno, spesso brutale: ci sono il sangue, l’amicizia, l’odio, la passione, la paura. Manca il sesso, inevitabilmente, perché dalla naja non si può ottenere tutto. L’autore osserva con lucidità e rigore le carenze del sistema militare, denunciando senza sconti cedimenti morali e organizzativi. Le sue critiche diventano affilate come bisturi, coerenti con la tradizione dei paracadutisti. Un dettaglio decisivo: è tutto vero.