
New York in questi giorni si sta svolgendo il match per la corona mondiale degli scacchi. Si gioca al Fulton Market Building, uno dei punti di riferimento del commercio ittico di Manhattan. Protagonisti il norvegese Magnus Carlsen e il russo Sergej Karjakin. Non è solo la 25ma edizione della sfida per il titolo mondiale, dietro ci sono interessi economici che potrebbero cambiare il mondo degli scacchi, almeno a livello di élite nei prossimi anni. E anche risvolti politici, se si vuole.
Il vincitore, al termine dei dodici incontri salvo spareggi, si aggiudicherà 600 mila dollari; 400 al perdente. Dietro i premi ci sono due aziende: l’americana Eg Capital e la russa Phosagro, specializzata in fertilizzanti chimici. L’organizzazione del torneo è della Agon, una società che ha ottenuto dalla Fide una licenza di 11 anni per occuparsi dei tornei mondiali. La Agon, fondata dall’americano Paulson, non versa in buone acque, ma l’attuale amministratore delegato, Merenzon, ha chiarito al Financial Time il suo ambizioso obiettivo: rendere gli scacchi uno sport guardabile in TV, in streaming, a pagamento. Per organizzare l’intero mondiale i costi superano i 5 milioni. Ma alla Agon pensano che in TV gli scacchi possano funzionare…
Per il mondiale di New York i prezzi dei biglietti oscillano dai 75 dollari per i posti standard, fino ai 3mila riservati agli ospiti di grandi aziende. Le partite sono visibili in streaming spendendo, per la prima volta, dai 15 ai 99 dollari, cifra quest’ultima sborsabile per assicurarsi l’intero pacchetto. La Agon pensa ai 500 mila potenziali clienti, ma solo un migliaio circa hanno sottoscritto l’abbonamento, anche perché su altri siti gratuiti, come “Chess 24”, ci sono commentatori che seguono le partite in diretta. Per cercare di essere competitiva, la Agon offre speciali grafici per seguire le mosse in tempo reale, oltre che le immagini dei giocatori, con una visione in 3D grazie a telecamere disposte ai lati della scacchiera.
Tutto questo basterà alla Agon per centrare i suoi obiettivi? Noi nutriamo qualche dubbio.
Dal punto di vista mediatico ha una qualche rilevanza il fatto che i due sfidanti – entrambi classe 1990 – sono campioni di popolarità: soprattutto l’eccentrico norvegese Magnus Carlsen, che deve vedersela con il più austero russo Sergey Karjakin. Due giganti certo, ma completamente diversi. Carlsen, il favorito, è una star in Norvegia, dove ha dato un significativo slancio al movimento scacchistico del Paese. Ha anche un contratto da modello ed è testimonial della G-Star Raw. Guadagna 1,8 milioni di euro tra premi raccolti e introiti pubblicitari. Fino ad oggi non ha avuto storie sentimentali “serie”, a differenza di Karjakin (il più giovane GM di sempre al mondo) che è sposato ma ha anche alle spalle un divorzio. Magnus spavaldo e guascone, Sergey sempre serio e teso sugli incontri.
Su di loro si innesta una considerazione tutta geopolitica, prendendo spunto dal presidente della FIDE Iliumzhinov, che ha ricordato quella che è stata la “febbre degli scacchi” ai tempi della guerra fredda e della sfida mondiale del 1972 Spassky-Fischer: «Vogliamo resuscitare la febbre degli scacchi di quell’epoca. Allora la sfida era tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Oggi sono gli Usa, l’Unione Europea e le loro sanzioni contro la Russia a delineare lo scenario politico».
Chiaro che ai nostri due sfidanti, Sergey (che peraltro, originario della Crimea e naturalizzato russo, è chiaramente a favore dell’annessione alla Russia) e Magnus, tutto questo importa poco. Hanno la testa china sulla scacchiera e nemmeno un pensiero per le grandi potenze mondiali. Sono concentrati su un unico obiettivo: vincere. Ma la politica, al di là delle solite favolette, c’entra sempre con lo sport, specie se questo diventa o rischia di diventare un business o viene strumentalizzato (come è già spesso successo, anche negli scacchi) per diventare un rituale di identità e spesso fattore di esaltazione nazionalistica. Scacchi quindi come terreno di sfida anche politica. Soffia sul fuoco Iliumzhinov, il controverso presidente FIDE su cui già a suo tempo abbiamo deciso di stendere un velo. Non ha ottenuto il visto, causa i suoi guai con la giustizia americana, per seguire il match a New York. Ma in una intervista alla stampa, salendo sul carro del vincitore, ha già dichiarato che ha sempre confidato in una vittoria di Trump, che “è stato eletto perché baciato da Dio”. Lui invece è stato benedetto dagli extraterrestri e dai troppi paesi che l’hanno votato o si sono astenuti, a suo tempo, quando è stato eletto.






