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Varazze: la Prof. Silvia Nocentini al Centro Studi “Jacopo da Varagine”

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Varazze – Il secondo ed ultimo appuntamento è previsto per sabato 21 ottobre alle ore 16, sempre presso l’oratorio di Nostra Signora Assunta a Varazze: Silvia Nocentini, docente presso l’Università di Roma “Tor Vergata”, tratterà il tema «Le parole di Caterina nella “Legenda maior” di Raimondo da Capua», opera di cui ha curato l’edizione critica.

Sabato 14 ottobre scorso presso l’oratorio di Nostra Signora Assunta, grazie alla disponibilità della omonima confraternita, si è svolta la prima delle due conferenze autunnali organizzate dal Centro Studi “Jacopo da Varagine”: Giulia Barone, già professore ordinario di storia medievale presso l’Università di Roma “La Sapienza”, ha parlato di Santità e vita religiosa femminile fra Due e Trecento, introducendo l’uditorio alla conoscenza dell’ambiente religioso in cui visse ed operò Caterina da Siena.

L’incontro è stato diviso in due parti: nella prima è stata ripercorsa la storia sociale, politica e religiosa del medioevo in relazione alle origini della vita religiosa femminile. Se durante la crisi demografica dell’alto medioevo, la vita religiosa per le donne era improponibile perché era prioritario il loro ruolo di madri, con la ripresa del basso medioevo le famiglie possono permettersi di destinare una figlia alla vita monastica, versando al monastero una dote che permettesse alla nuova monaca di non gravare sulle risorse comuni. Questo avviene soprattutto per le figlie dei grandi signori, che diventano badesse dei monasteri fondati per loro dai parenti, cui si uniscono le figlie della nobiltà: tutte inoltre portano con sé in monastero le persone addette al loro servizio, riproducendo nel monastero la struttura della società secolare.

Chi appartiene agli strati più bassi della società e non può permettersi di versare la dote necessaria ad entrare in monastero si dedica all’assistenza dei malati, dei pellegrini, dei poveri negli ospitali del tempo, dove si provvede ad assistere diverse categorie di bisognosi.

Nel basso medioevo nascono inoltre le case sante, in cui si ritiravano a vivere in comune donne che, pur senza pronunciare voti monastici, conducevano vita religiosa e professavano la povertà, l’obbedienza e la castità. Tali istituzioni, più caduche rispetto ai monasteri, vivevano delle risorse garantite dal fondatore e dai parenti delle religiose, risorse che la morte o un improvviso rovescio di fortuna potevano ridurre o far cessare, causando lo scioglimento della comunità.

La seconda parte della conferenza è stata dedicata a presentare cinque figure di sante donne vissute fra Due e Trecento:
– Elisabetta, figlia del re d’Ungheria e sposa di un principe tedesco, che rimasta vedova donò tutti i suoi beni per la costruzione di un ospizio e rinunciò ai suoi tre figli per servire i bisognosi;
– Chiara d’Assisi, che riuscì ad ottenere dalla Santa Sede per la sua comunità il privilegio della povertà, cioè il permesso di non possedere beni, ritenuti indispensabili per un monastero femminile;
– Margherita da Cortona, concubina di un ricco signore, che alla morte di questi, si dedicò all’assistenza delle puerpere e, venuta in contatto con i francescani, passò il resto della sua vita reclusa in una cella, dove morì in fama di santità, anche a causa delle visioni legate alla figura di Cristo, con il quale instaurò un legame “sponsale” (gelosia compresa);
– Chiara da Montefalco, il cui padre fece costruire per sua sorella una casa santa che adottò la regola agostiniana, nella quale entrò anche Chiara (che pure fu sempre guidata spiritualmente dai Francescani, tanto che la santa sarà raffigurata talvolta con la tonaca nera delle Agostiniane, talaltra con il saio francescano): dotata di una straordinaria conoscenza dottrinale, grazie alla quale era in grado di risolvere questioni teologiche che mettevano in difficoltà i maestri, la sua spiritualità fu legata alla meditazione della passione di Cristo;
– Brigida di Svezia, imparentata con la famiglia reale svedese, che diede al marito otto figli e che, rimasta vedova, si trasferì a Roma con due figli, dove fondò una casa, detta “di santa Brigida”, ancor oggi esistente. Protagonista di visioni mistiche, ne dettò in svedese il contenuto al suo confessore, che le scrisse in latino (sembra che Brigida abbia imparato questa lingua per controllare se il redattore aveva correttamente interpretato le sue indicazioni e che sia rimasta soddisfatta del lavoro!).

La professoressa ha concluso ricordando come la vita mistica caratterizzi sempre più i modelli di santità femminile che si affermano nel Trecento: in questo ambiente religioso si forma Caterina da Siena.

Fonte: Centro Studi “Jacopo da Varagine”

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