Home Calcio Calcio Femminile

Katia Serra, una vita per il calcio

Ex calciatrice di livello internazionale, un’esperienza nel mondo professionistico del football spagnolo, dopo aver vinto tutto in Italia, una carriera condizionata dai tanti infortuni. Katia Serra ora è commentatrice tecnica per la Rai delle gare di calcio femminile e di Lega Pro, unica voce rosa in un ruolo totalmente maschile. La bolognese è Responsabile del Calcio Femminile in Aic dove, con spirito battagliero, sta conducendo una guerra per la tutela e salvaguardia del movimento.

“Il calcio è la mia passione fin da piccola. Giocavo con mio fratello in salotto con la pallina di spugna, col divano che fungeva da barriera e il mobiletto della tv come porta. Nel mio paese non esisteva una squadra femminile nelle vicinanze e così mi cimentai in altre discipline: ginnastica artistica, nuoto, softball, pattinaggio, atletica e basket. Ma avevo in mente solo il calcio e mi allenavo con i maschi della mia età, senza poter disputare le partite, per il divieto dei regolamenti. Al torneo delle vie, ad Anzola dell’Emilia, giocavo, mi divertivo e vincevamo sempre. Il sogno rimane nel cassetto, fino a quando vengo a conoscenza del Bologna e il debutto in serie B. Continuavo anche a giocare a basket come play maker ad Anzola, quando mi ruppi i legamenti del ginocchio destro. Non potevo praticare entrambi gli sport e continuai con il calcio, cercando di seguire le orme del mio grande mito del tempo, Michel Platini. Dopo il Bologna, arrivò il Lugo, dove vincemmo il campionato di B e nel ’93-’94 debuttai in A, conquistando la Coppa Italia, grazie a una mia tripletta. Questa è la gioia più grande della mia carriera perché il primo trofeo vinto non si scorda più, a maggior ragione se sei protagonista. Vado a Modena e vinco scudetto e Supercoppa, ma arriva il secondo infortunio e l’anno dopo ancora la rottura dei legamenti. Riparto dal neopromosso Foroni Verona, con due secondi posti e uno spareggio scudetto perso ai rigori, ma ci si consola con la Coppa Italia. La sconfitta al quinto rigore contro la Lazio resta la mia maggior delusione perché, se da un lato non ti senti sconfitta, dall’altro fa male, dopo una stagione di sacrifici. Assumo anche il doppio ruolo di giocatrice e allenatrice della seconda squadra e vinco il titolo italiano come selezionatrice dell’Under14 dell’Emilia Romagna. Arriva anche il debutto in Nazionale in Spagna per una gara di qualificazione mondiale e il passaggio alla Lazio, dove giocai in Champions League e vinsi la Coppa Italia e l’Italy Women’s cup. In maglia azzurra segno contro l’Olanda, poi passo da Bergamo e Oristano. Continuo il peregrinare per l’Italia andando all’Agliana, a gennaio al Cervia in serie B e dopo alla Reggiana, ma all’ultima giornata mi rompo i legamenti del ginocchio sinistro, quello sano. A gennaio 2008 riparto dal Trento e ci salviamo. Passo alla Roma, ma arriva la rottura del tendine d’Achille. Nel 2009 si prospetta l’avventura professionistica in Spagna, nel Levante dove finisco la carriera per i numerosi problemi fisici. Non mi sono nemmeno resa conto di aver disputato un’ultima partita della carriera. Quando rientrai in Italia il medico di fiducia mi vietò di tornare in campo per salvaguardare la situazione e se penso che ora mi dedico a yoga e pilates è difficile da digerire per un’agonista come me. La prima stagione dopo il ritiro mi sono data al beach tennis, ma per i grossi problemi a un ginocchio ho dovuto smettere. Non ho rimpianti perché ho dato sempre il massimo, si è chiuso un capitolo, ora ne apro un altro, gli errori si fanno, certe scelte si potrebbero fare diversamente, ma ho fatto tutto con la massima serenità. Da un lato sono passati due anni dal mio ritiro e ho pensato anche a una partita d’addio, purché fosse un evento promozionale per il movimento. In tanti me lo chiesero”.

Perché cosi tante società nella tua carriera?

“Sono sempre stata obbligata a cambiare, non per scelta, per questo posso dire di non aver lasciato il cuore da nessuna parte, mentre oggi ci sono le condizioni per lasciarlo in qualche società, quelle più organizzate. Ho sempre dato in campo il centoventi per cento, per ricevere poco in cambio perché non c’era continuità nel progetto. Ho avuto il privilegio di giocare al calcio che mi ha dato grandi emozioni, migliorandomi come persona, girando l’Italia. Mi sono arricchita tanto. Non posso pensare di essere un eterno Peter Pan. Sono cresciuta come persona, ho vissuto in tante città italiane, con le esperienze di Roma e Valencia ho compiuto un salto importante per me che arrivo dal paesino. Ho scoperto nuovi orizzonti, sono stata messa a dura prova. Al Levante ho toccato il mondo professionistico, giocando in una società maschile, dove ti devi preoccupare solo di fare l’atleta, vivendo con molta più serenità perché hai alle spalle organizzazione e serietà. Sei una professionista a tutti i livelli. Ho sempre avuto una grande forza di reazione per gli interventi subiti, non ho mai pianto e mi sono sempre rimboccata le maniche. Dopo la Spagna non sarei mai più rientrata in Italia, avrei finito all’estero cambiando anche paese. Da noi non c’erano i presupposti per finire. Era nei miei piani allenare un domani e per questo ho preso anche il patentino da professionista, Uefa A. Grazie a questo potrei allenare ovunque una squadra maschile professionistica, ma è arrivata la proposta della Rai del tutto inaspettata. Mi trovai al posto giusto nel momento giusto. Ho detto subito si perché amo le sfide, non ho paura di mettermi in gioco. Non ho fatto altro che togliermi i tacchetti e prendere in mano un microfono. Da calciatrice ho sempre avuto un ottimo rapporto con media, una predisposizione naturale. Il mio è un commento tecnico e non voglio essere o diventare una giornalista. Sono l’unica donna a commentare il calcio maschile e per me è come vincere una partita, visto lo scetticismo che c’è in Italia nei confronti del sesso femminile. Mi hanno riconosciuta come donna competente ed è un bel riconoscimento, come se continuassi a giocare. Io devo acquisire credibilità in un mondo ostico e la tv non era nei miei progetti. E’ una sfida da vincere”.

Hai fatto anche spot pubblicitari e servizi fotografici. Come è andata?

“Sempre tutto in maniera alquanto naturale. La pubblicità era quella di una birra e il filmato ha spopolato. C’erano le ragazze che battevano i ragazzi a calcio sulla spiaggia. Se qualcuno mi proponesse testimonial mi troverei a mio agio, perché ho sempre voglia di mettervi alla prova
e cerco di migliorare dove ho delle lacune. Il servizio fotografico mi ha dato modo di mettere in mostra la femminilità che è un aspetto importante della persona. E’ stato solo un gioco, sempre legato al calcio, al mio mondo. Vorrei essere un gatto per avere sette vite. Ho tanti sogni ancora da realizzare”.

La nota dolente, il parere di una persona competente in materia sulla crisi del calcio femminile in Italia?

“Sono state fatte scelte politiche in direzioni opposte che lo hanno riportato indietro, siamo a un bivio, servono scelte sensate, una programmazione, perché il rischio di morire è alto. Chi lo ha gestito negli ultimi dodici anni ha commesso troppi errori, salvaguardando i propri interessi, a discapito di una crescita di tutto il movimento. Le colpe vanno divise tra istituzioni, società, allenatori, dirigenti e calciatrici, ma le responsabilità maggiori sono di istituzioni e dirigenti perché sono loro che hanno il potere di decidere, altri hanno contribuito pensando semplicemente al proprio orto. Un mondo cresce quando tutti contribuiscono. Io sono anche nell’Aic e sono considerata molto scomoda, rappresento il gruppo di ragazze, faccio valere le ragioni di chi gioca, ma non basta perché non abbiamo il potere. Possiamo solo combattere o accettare, ma accettare significherebbe la morte del nostro sport, quindi non ci resta che combattere. Dobbiamo sensibilizzare tutti e far capire come uscire dal tunnel. Chi gestisce non può continuare a discriminare. E’ necessario capire un movimento piccolo come il nostro, dove gli interessi sono sempre meno. Serve essere uniti e costruttivi, le società devono agire. Il rischio di diventare un dipartimento senza autonomia politica ed economica era forte. Si sarebbe diventati un semplice ufficio della struttura Lega Dilettanti, tutto in mano a un direttivo di Lega dove chi sta a capo è uno solo e non ha voce in capitolo. La classe dirigenziale attuale è vecchia e una persona non può farsi valere da solo e cambiare le cose. Se invece hai tua Divisione, siedi nella cosiddetta stanza dei bottoni, hai un presidente, ma pur essendo in minoranza, hai potere. Se esiste l’obiettivo di arrivare a una lega autonoma, si doveva rimanere nella Divisione, perché se diventi semplice ufficio è una retrocessione e non avrai mai la forza di uscire. Negli ultimi mesi qualcosa sta cambiando: molti presidenti si sono resi conto che la situazione sfuggiva di mano e hanno cominciato un’azione di ribellione costituendo l’Aicf, l’Associazione Italiana Calcio Femminile, per portare avanti il progetto di salvare la Divisione, per diventare successivamente una Lega autonoma, come accade in tutte le altre Federazioni straniere. Se lavorano poche persone, ma dedicate ad esso, si può costruire qualcosa, se si lavora, come ora, nei ritagli di tempo, diventa difficile. Solo così può funzionare il calcio femminile, arrivando ad essere professionista, come accade nella lega di Beretta. Il commissariamento della Divisione ha portato alla recessione e quel poco che avevamo prima lo abbiamo perso. L’anno scorso Associazione calciatori e Associazione allenatori bloccarono la trasformazione da Divisione a dipartimento. I presidenti di calcio femminile nella vita fanno altro e non capivano le dinamiche politiche, ora che le hanno chiare stanno combattendo per l’autonomia. La Lega Dilettanti prende, grazie alla legge Melandri, 19 milioni di euro, ma nessuna società di calcio femminile ha mai visto nulla perché quei soldi sono stati investiti tutti sul maschile. Ho condotto sempre in primis la mia battaglia, portando avanti le mie idee, perché credo nei principi. Ed è per questo che dico che ero scomoda, quando entrai nell’Associazione Calciatori. Non so se tornando indietro rifarei le stesse scelte perché, pur essendo una calciatrice forte, ho trovato ostacoli sulla mia strada. Chi fa la calciatrice lo farebbe per mestiere, ma alla fine si trova costretta a considerarlo un hobby, senza avere un fondo previdenziale e perde anni sulla propria pensione. A 20-25 anni si arriva a una scelta. Cerchi un lavoro perché questo calcio non ti garantisce un lavoro. Molte, anche forti, abbandonano l’attività presto. Se ci si dirige verso un professionismo cresce tutto il movimento perché giochi a calcio come lavoro, ti alleni tutti i giorni, di conseguenza cresce la qualità, arrivano sponsor e pubblico. Il momento è propizio perché è tornato l’interesse, grazie al mondiale di Germania e alle Olimpiadi di Londra. Noi dell’ambiente sappiamo di poter arrivare a quel livello”.

Massimo Tagliabue