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STRAGE DELL’OLIVETTA A PORTOFINO: CHE FINE HA FATTO IL TENENTE ERNEST REIMERS?

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Nella misteriosa vicenda dei martiri dell’Olivetta a Portofino (di cui domani, domenica 7 dicembre, ricorre il 70° anniversario, che sarà ricordato con la Messa celebrata dal Vescovo di Chiavari Mons. Alberto Tanasini e con l’orazione ufficiale di Valentina Ghio, Sindaco di Sestri Levante) mancava un importante tassello.

Che fine aveva fatto il tenente di marina Ernst (o Ernest) Reimers, comandante la guarnigione nazista in quegli anni, sicuramente tra gli esecutori materiali dell’eccidio?
Intanto ricordiamo cosa accadde nella notte tra il 2 e 3 dicembre 1944, giusto 70 anni fa, sulla spiaggia chiamata dell’Olivetta.
Ventidue prigionieri politici, prelevati il giorno precedente dal carcere genovese di Marassi e di quello di Chiavari, furono fucilati. Quindi i loro corpi, legati l’uno all’altro con filo di ferro, furono gettati in mare, al largo della baia, con sassi e pesanti tombini come zavorra. Di loro non si trovò mai alcuna traccia, anche se, nelle settimane successive, alcuni pescatori rinvennero, imbrigliati nelle loro reti, dei resti umani legati da filo spinato che, prontamente, rigettarono a mare per paura di repressioni o rappresaglie.
La scelta degli sventurati avvenne per determinazione del Colonnello Sigfried Engel, responsabile della polizia di sicurezza germanica a Genova.
Le ragioni dell’eccidio di Portofino non furono mai giustificate dai tedeschi come rappresaglia, per cui la dolorosa e difficile ricostruzione dei nomi delle vittime fu compiuta nell’immediato dopoguerra solo grazie al determinante apporto del vice Questore della Liberazione Gelasio Adamoli, divenuto in seguito sindaco del capoluogo ligure.
Per compiere e far compiere il misfatto, si dice che il comandante la guarnigione, il tenente di marina Ernest Reimers, si fosse ubriacato, seguito nell’esempio dai suoi soldati.
Del tenente Reimers si apprese, da una relazione redatta il 1° luglio del 1949 a Santa Margherita Ligure, che era un «crudele esecutore di ordini di tortura che venivano per lo più eseguiti nel cosiddetto “cimitero delle persone vive” a Portofino».
Subito dopo la Liberazione, Reimers si vantò dei contatti avuti con la Baronessa Jeannie Watt Von Mumm, la nobildonna di origini scozzesi (vedova di un barone tedesco) che contribuì al salvataggio di Portofino dalla distruzione il 23 aprile 1945 (festa del santo patrono Giorgio), la cui affascinante storia è raccontata nel libro “Operazione Sunrise, l’ultimo miracolo” (Edizioni Tigulliana).
L’ex ufficiale nazista, arrestato in quei giorni di fine aprile 1945, fu tradotto a Coltano (in provincia di Pisa) e successivamente rimpatriato in Germania. Tornò nel borgo ligure (ma quella volta da “turista”) 38 anni dopo, nel gennaio 1983 quando, “scoperto” da un giornalista del “Secolo XIX” (Aldo Bortolazzi), dovette rientrare in fretta in patria onde evitare un nuovo arresto.
Poi, dal 1983, nessuna notizia, nessuna informazione, nessuna ricerca. E, soprattutto, la domanda: perché Reimers non pagò mai pegno per quei delitti all’Olivetta?
Eppure il mandante, il responsabile morale di quell’eccidio, il Col. Sigfried Engel (catturato ad Amburgo grazie alla “caccia” avviata da un tipografo di Casarza Ligure, Marziano Tasso, appassionato di filatelia, il cui padre figurava tra le vittime di quel carnefice) finì condannato, sia pur simbolicamente, a otto anni di carcere. Ma di Reimers nessuno aveva saputo più nulla.
A distanza di 70 anni dell’efferato eccidio di Portofino, restava pertanto un conto aperto.
Così, nelle scorse settimane, ho inviato una lettera al Ministro della Difesa Sen. Roberta Pinotti per chiedere conferma di quanto sono venuto a conoscenza in queste ultime settimane.
Il fascicolo relativo alla strage dell’Olivetta, assieme ad altri 695, venne archiviato il 14 gennaio 1960 e rinvenuto soltanto nel 1994 in un armadio, soprannominato in seguito “l’armadio della vergogna”, in un locale di Palazzo Cesi a Roma.
Il fascicolo fu quindi trasmesso dal Ministero della Giustizia il 14 dicembre 1994 al P. M. di Torino per avviare, contro Reimers, un processo per i reati di violenza con omicidio, saccheggio, rapina, sequestro di persona e collaborazionismo. Inspiegabilmente, Reimers fu dichiarato “irreperibile”.
Ernest Reimers terminò tranquillamente i suoi giorni, all’età di 90 compiuti, due anni fa, precisamente il 27 settembre 2012, a Wedel, una città di 32.000 abitanti dello Schleswing-Holstein, nel circondario di Pinneberg, in Germania (ho persino “scovato” l’annuncio funebre comparso su di un giornale). Ma Wedel dista soltanto meno di mezz’ora di auto da Amburgo, città in cui fu arrestato il “boia di Genova” Sigfried Engel.
Da qui la mia richiesta al Ministro Pinotti per ulteriori chiarimenti.
Alla strage di Portofino mancava un tassello di verità. Ora manca soltanto la spiegazione, ufficiale e internazionale, di un lungo silenzio.
La risposta la dobbiamo soprattutto alla memoria di quei 22 martiri barbaramente uccisi dall’odio della guerra.